L’impegno dell’Associazione recupero barche interne tradizionali per promuovere e attualizzare il sapere legato all’archeologia nautica del Trasimeno
Guido Materazzi è un pescatore di Castiglione del Lago. Come tiene a sottolineare, uno degli ultimi cinque rimasti, e lo è da generazioni: suo nonno era uno dei fondatori della Cooperativa di Sant’Andrea, quella dei pescatori del paese: “Ho preso la licenza di pesca a diciotto anni. La mia prima barca si chiamava Filibusta, traendo ispirazione dai filibustieri, gli antichi predoni dei mari. Poi per molto tempo ho smesso di pescare professionalmente, riprendendo solo dieci anni fa. Quello del pescatore è un lavoro fatto di sapienza e, soprattutto, di esperienza, di conoscenze tramandate. Ma è un settore in declino, richiede una formazione importante, una mentalità del lavoro che non esiste più”.
Le conoscenze di Guido, che snocciola agilmente nomi e caratteristiche di decine di pesci e altri abitanti le acque del Trasimeno come le anguille (“Si riproducono una volta sola, facendo le uova come ultimo atto d’amore per il mondo, ma le dighe hanno interrotto il loro arrivo nelle acque dolci”), non si limitano a nozioni ittiche e strumenti di mestiere.
Nel 2006 ha deciso insieme a degli amici di fondare l’Associazione Recupero Barche Interne Tradizionali (Arbit), di cui è presidente, con l’obiettivo di salvaguardare la tradizione nautica del lago, un mondo che, senza un intervento tempestivo, percepiva come destinato rapidamente all’oblio. Il lavoro dell’associazione si estende, però, oltre il restauro e la costruzione di barche tradizionali, allargandosi alla preservazione e documentazione delle lavorazioni tradizionali che si svolgono intorno al lago, come quella delle erbe palustri, del canneto e della cucina dei prodotti della pesca, nonché all’istruzione sulle tecniche di navigazione e di voga.
Ma come si contraddistinguono le ‘barche tradizionali’ del Trasimeno? Tra i diversi tratti tipici vi sono il fondo piatto, l’uso del legno come materiale di assemblaggio e la forma lanceolata, che permette a queste imbarcazioni di penetrare dentro i canneti – pure se questi, come puntualizza Guido, sono oggi sempre meno folti sulle rive dei laghi d’Europa. Le barche tradizionali del Trasimeno sono attualmente una rarità, in quanto non c’è più nessuno che le fabbrica: “La professione dei maestri d’ascia, così si chiamavano i costruttori di barche in legno, è oggi estinta. Ciò che è rimasto sono sparse testimonianze, di chi ha ereditato lo scibile trasmesso dai propri famigliari, dei pochi reperti archeologici a disposizione e di altrettanti pochi disegni. Noi, però, non ci siamo arresi, e riteniamo importante per conservare il dna del nostro territorio non soltanto effettuare restauri sulle vecchie barche tradizionali, ma anche censire quelle presenti sul Trasimeno e creare un archivio con riproduzioni grafiche e piani di costruzione. I nostri progetti di restauro si avvalgono, dunque, di maestranze volontarie, a conoscenza di questi dettami tecnici, dati dagli studi di archeologia nautica”.
Le barche tradizionali recuperate da Arbit sostano oggi in un ormeggio dedicato, al porto turistico di Castiglione dove un tempo aveva sede la Cooperativa dei Pescatori: “Abbiamo ottenuto questo spazio dal Comune e inizialmente creato agevolazioni a chi si avvicinava all’universo delle barche tradizionali, suscitando così un interesse da parte delle persone. Anche se questo ormeggio si può considerare come un sito museale, queste imbarcazioni non sono galleggianti testimonianze storico-culturali, ma possono – e sono – effettivamente utilizzate. Alcune di loro hanno un nome, in quanto iscritte nei registri professionali. Senza contare che vedere una barca del genere in acqua significa regalare un addendo paesaggistico al territorio, sia per le sue caratteristiche estetiche, che per la tipologia di remata specifica che deve adottare chi la sta navigando”.
Un ulteriore lavoro di Arbit è quello connesso alla ricognizione dei luoghi del Trasimeno adibiti alla pesca e alla navigazione, ricognizione sfociata in un censimento degli ormeggi (per cui l’associazione ha creato una mappa Google ad hoc, dove appaiono come bandierine gialle sparse intorno al perimetro lacustre) e alle cosiddette ‘scese’, gli accessi al lago, elencati minuziosamente nel loro sito web. Le scese sono state, infatti, individuate nel corso del tempo da soci appassionati, che hanno percorso le coste del Lago via terra o via acqua. La lista redatta dagli associati riporta una toponomastica tutta peculiare, di chi abita queste terre: compaiono la ‘Villa del Colonnello Posta’, la ‘casa del Signor Pietrella’ e le ‘macerine’ (luoghi addetti alla macerazione della canapa).
Un altro obiettivo dell’associazione era quello di creare un cantiere didattico, nel quale restaurare e assemblare barche tradizionali, fornendo formazione sulle tecniche costruttive anche a soggetti svantaggiati e a giovani adulti. Questo proposito si è realizzato con le scuole professionali di Castiglione, con cui anni fa Arbit ha organizzato un corso biennale che ha avuto degli ottimi risultati sia da un punto di vista professionale che culturale: professionale, perché gli studenti hanno lavorato come dei veri mastri d’ascia, acquisendo però competenze nell’uso di software aggiornati per la progettazione di modelli, come Cad; culturale, perché il corso è stato centrato sulla storia di navigazione e sulla nautica tradizionale del Trasimeno. Il cantiere era stato collocato all’interno dei locali assegnati dal Comune nell’Aeroporto Eleuteri, ma poi purtroppo è stato smantellato: “Dispiace che intenti nobili come quello di salvaguardare una tradizione, trasmettendola alle nuove generazioni, siano oggi un po’ ignorati. Eppure, proprio nel 2003 il legislatore ha riconosciuto le barche come beni culturali a tutti gli effetti, proponendo l’introduzione nelle scuole dell’educazione marinara e della cultura nautica. Chissà quando potremmo nuovamente muoverci in tal senso. Noi speriamo prima possibile”.
All’esterno del ristorante di Guido campeggiano tre barche tradizionali. Una di queste, nominata dal gruppo la ‘Dotta’, risale al 1950 ed è stata rimessa a nuovo dall’associazione. Il nome deriva dal fatto che veniva utilizzata dai docenti dell’Università di Perugia per svolgere le ricerche botaniche sulle acque del Trasimeno: “L’avessi vista quando l’abbiamo trovata, sembrava un relitto”. Guido indica le viti di ottone con cui la barca è stata costruita (“Costavano 10mila lire in meno dei chiodi”), evidenzia come ci si remi molto bene, accarezza il bordo di legno rimesso a lucido con orgoglio. Si scorge nei suoi occhi, che hanno visto diverse albe sul pelo dell’acqua, l’attaccamento a un passato che lotta per restare presente.