Il 106 è una linea scolastica, e all’una è costantemente affollato. In viale Centova si ferma due volte al giorno, alle 13.02 e alle 13.55, raccogliendo decine di studenti del Capitini e dell’Alessi che, come me, tornano verso Elce, o proseguono fino a Cenerente e Mantignana. Mi piace prendere l’autobus con gli studenti che incontro per i corridoi di scuola, amo apprendere nuovi sostantivi troncati (“O fra, semo a Fonti, ci vediamo al Mini?”) e lasciarmi abbagliare dal luccichio di lunghissime unghie laccate. Sono talmente attratta da tanta umanità, e lo ero talmente poco da questa via trafficata su cui scivolavo con il 106 ogni giorno, che raramente dall’autobus guardavo fuori dal finestrino.
Percepire via Cortonese come uno stradone dagli incroci incomprensibili ma dalla quotidianità poco degna di nota, al netto delle cicliche operazioni narrative della cronaca che grida a un allarme sicurezza, è quasi automatico. Eppure, su questa strada che da Fontivegge si ricongiunge alla statale 75 bis del Trasimeno, tendendo, come suggerisce il nome, verso la vicina Toscana, dove mi sembrava si affacciassero solo banche, pizzerie, piadinerie, distributori di benzina, fast food, esercizi commerciali di vario genere e complessi residenziali fatti di edifici tutti uguali, ho scoperto le stelle.
La prima l’ho trovata aprendo Google Maps: è verde, e ricopre per più di metà la zona di Cortonese. A disegnarne la sagoma, il perimetro del parco Chico Mendes. Lo attraverso spesso, quando invece del 106 decido di prendere la F alla fermata di Menchetti per godermi una passeggiata tra salici piangenti, ciliegi canini e pruni non ancora in fiore. Una valvola di sfogo impagabile, non solo per chi torna a vedere la luce dopo una mattinata passata tra i banchi di scuola, e percorrendo uno dei tanti sentieri può raggiungere in dieci minuti scarsi la fermata del Minimetrò, ma anche per molti dei circa cento utenti della struttura di accoglienza che sorge all’interno del parco, nei locali dell’ex ostello Spagnoli.
Al Chico, come lo chiamano qui a Cortonese, l’associazione Natura Urbana Perugia organizza eventi culturali, laboratori per bambini e attività sportive. Il sabato e la domenica i sudamericani giocano a calcio o a pallavolo, e i pakistani organizzano tornei di cricket; Tom, che viene dal Gambia, mi racconta che a lui per divertirsi basta trovarsi lì con altri amici dell’Africa occidentale e assistere allo spettacolo. Credo che Chico Mendes, sindacalista brasiliano il cui nome è legato alle lotte contro il disboscamento della foresta amazzonica e che di mestiere faceva il seringueiro, cioè il raccoglitore di caucciù, sarebbe orgoglioso di scoprirsi associato a un luogo dove anche gli ultimi si liberano, per un po’, da un sistema il più delle volte frustrante e ingiusto.
Il centro di accoglienza di Arci non è l’unico luogo a vocazione sociale della zona: poche centinaia di metri più avanti, all’imbocco di via Montemalbe, sorge la struttura che dal 2014 ospita Caritas diocesana. Quando vado a esplorarla è ora di pranzo: alla mia richiesta di scattare loro una foto, Mirko, Giampaolo e Angela ripongono i mestoli sul ripiano e si mettono in posa imbarazzati. Sono tre dei sessanta volontari che quotidianamente servono circa centocinquanta pasti a persone indigenti: una novantina a pranzo, in loco, e a cena più o meno la metà, in una box da asporto per permettere agli utenti di rientrare nelle proprie abitazioni con i mezzi. La proprietà dell’immobile, mi spiega Silvia Bagnarelli, assistente sociale che opera per Caritas da quattordici anni, è dei Frati Cappuccini, “quelli del calendario di frate Indovino, per intenderci”.
Ecco dove scorgo le stelle di questo microcosmo che sfrecciando con la macchina passa quasi inosservato, dove alle attività della mensa si intrecciano quelle della struttura di accoglienza per ventiquattro famiglie, la scuola di italiano, l’aiuto compiti per primaria e medie, il servizio docce, l’emporio. E soprattutto il punto di ascolto, luogo di accesso a tutto il mondo Caritas, che Silvia dichiara di voler raccontare oltre gli stereotipi: “Si pensa che noi siamo qui con le mani tese a dare il pane e a pregare, ma noi facciamo anche tanto altro, lavoriamo nei territori, tessiamo relazioni, organizziamo incontri aperti alla cittadinanza”. Lei a Cortonese ci lavora, collaborando con diverse realtà della zona come Frontiera Lavoro e l’Istituto Comprensivo Perugia 11, e ci vive: ne parla come un crocevia, dunque potenzialmente promotore di innovazione, ma con il difetto di essere poco coeso. “Forse”, riflette, “perché manca una vera e propria piazza, un luogo fisico di aggregazione.”
C’è allora chi gli spazi di aggregazione se li crea, come Dinda Treppaoli, che mi guida all’interno della sua libreria, aperta una ventina di anni fa nello spiazzo dove via Cortonese fa angolo con via del Tabacchificio. Qui a Ubik, insieme alle sue due dipendenti, organizza corsi di scrittura e di tarocchi, di cucito e scacchi. Mi parla anche di un workshop di acquarelli tenuto da un’artista che ha un laboratorio proprio lì vicino e che si chiama Irene. Di cognome, Stella. E infine del gruppo di lettura, frequentato da circa ottanta persone. “Certo che Cortonese è un quartiere, e anche piuttosto compatto”, afferma decisa. E la sua libreria, con tutte le attività che vi si svolgono, ne è un innegabile punto di presidio.
Infine, a Cortonese c’è anche chi le piazze le edifica: siamo nell’area dell’ex tabacchificio, dove verso la fine degli anni Cinquanta, più o meno mentre Mendes estraeva caucciù dagli alberi della gomma, un migliaio di mani passavano giornate intere a selezionare foglie di tabacco e a disporle in botti, tra il caldo umido e l’odore acre e pungente. Di quei tempi rimane la ciminiera, mentre tutto il resto dell’area è stato smantellato e riqualificato per dare vita alle Corti Perugine, un macroprogetto di social housing promosso a partire dal 2016 dal Fondo Asci (Abitare sostenibile centro Italia), fondo di investimento privato che ha coinvolto, a vario titolo, diversi enti pubblici e privati del territorio. Moreno Giappesi, che per consorzio Abn amministra vendite e attività all’interno delle Corti, mi parla orgoglioso dell’incredibile successo del progetto, il cui leitmotiv è quello di creare una comunità tra le persone che ci abitano. “All’inizio c’era diffidenza. Poi, agli inizi del 2022, le prime famiglie sono venute ad abitare qui: da quel momento ha funzionato il passaparola, perché basta vedere la qualità degli appartamenti, quanto si paga d’affitto e le potenzialità che ha questo posto”.
La bontà del progetto, per cui ad oggi sono stati consegnati una novantina di appartamenti, la fanno, mi spiega Moreno, la presenza costante dell’ente gestore e gli spazi di condivisione, dove si svolgono l’aperitivo del venerdì e i barbecue di comunità, le mostre, le attività per le neomamme – “Qui in due anni sono nati dodici figli”, dice -, i corsi di yoga e meditazione, il burraco, il mercoledì letterario: tutte attività concordate con gli abitanti del complesso a seguito di un ciclo di incontri partecipativi durato un anno. Come in una maglia intricatissima, nella rete di questa straordinaria ordinarietà si inseriscono poi progetti collaterali realizzati in collaborazione con altre associazioni del territorio: da quello che “matcha” il bisogno di cura delle persone anziane con le esigenze abitative dei caregiver, ai progetti di vita indipendente per persone con autismo e sindrome di Down. “Qua vive la signora di ottant’anni che stava sempre da sola, e ora mi racconta che ha troppe attività da fare e ogni tanto vorrebbe stare anche tranquilla a casa sua”, racconta, “e l’altra che in vita sua non aveva mai sperimentato una cucina diversa, e l’altro giorno è andata a fare la spesa insieme con il ragazzo vietnamita incontrato qui sotto, hanno cucinato e passato il pomeriggio insieme. Cioè”, mi guarda entusiasta, “tu, che prezzo le dai a questa cosa?”.
Mi viene da pensare che chi sceglie di accomodarsi su questo “cuscino”, come definisce Moreno il social housing, non abbia bisogno di interagire con il contesto esterno, e penso che questo sia un peccato. “E invece no”, replica lui mentre ci lasciamo alle spalle la sala comune e usciamo in piazza Alda Merini. Questo slargo è accessibile dall’esterno e perfettamente inserito nel contesto circostante, e si parla del progetto di collegarlo alla stazione del Minimetrò mediante un passaggio pedonale sopraelevato: sembra avere tutte le carte in regola per candidarsi ad essere la nuova piazza del quartiere di Cortonese, a patto che tra il rigore geometrico e la pulizia quasi maniacale che lo caratterizzano trovi spazio anche un po’ di confusione. O meglio, in omaggio al nome che porta: di confusione di stelle.
