La storia di un luogo procede come un’onda, anche in periodi di tempo piuttosto brevi. Fino al Dopoguerra la campagna iniziava appena fuori dalle mura antiche di Perugia, e quello che oggi conosciamo come il quartiere di Case Bruciate non esisteva. C’era qualche casolare, una casa padronale, c’erano i campi. Con il boom urbanistico degli anni Sessanta e Settanta è cambiato tutto: sono arrivati i palazzi, quelli dei dipendenti della Perugina e le case popolari, è arrivata la chiesa, sono arrivate altre ville e villette sulla parte più alta del colle. È arrivata la gente, insomma, e di conseguenza tutto l’ordito di negozi e botteghe necessari a fare da collante per una comunità che doveva inventarsi un’identità comune. Il bar, l’alimentari, il macellaio, il fruttivendolo. Per un po’ ha funzionato. Il bar, racconta chi c’era cinquanta o sessant’anni fa, era il centro nevralgico, il luogo in cui succedeva più o meno tutto: le partite a carte, le chiacchiere, le cene lungo la strada fino a tardi d’estate. Un quartiere quasi come un paese. Poi la modernità ha accelerato reclamando il suo conto. Negli anni Novanta i supermercati hanno cominciato a essere sempre più grandi, sono arrivati i centri commerciali, quindi, col passaggio di secolo, è arrivata la Rete. I negozi di prossimità sono progressivamente scomparsi dappertutto, e ormai ne sono rimasti pochissimi anche qua.
Sull’origine del nome di questa zona, per secoli rimasta alle porte della città vera e propria, esistono versioni diverse. Alcune, le più scontate e magari le più plausibili, affondano in un passato remoto: in un certo dato momento, secoli fa, per qualche ragione alcuni edifici andarono a fuoco. Altre sono onestamente più affascinanti. Tipo quella che fa dipendere il nome dalla vicinanza della fabbrica della Perugina a Fontivegge nella prima metà del Novecento: il vento portava il fumo della ciminiera, e per le abitazioni, appunto, era come trovarsi in un affumicatoio.
Per me Case Bruciate è stata a lungo una frequentazione costante. Un vecchio amico che abitava in una delle ville della parte alta, poi, per anni, uno degli asili che sorgono a ridosso della stazione del Minimetrò. Nido, materne, alcuni li stanno ricostruendo da cima a fondo. Più su c’è un’altra scuola di cui non conoscevo l’esistenza: la “Gabelli”, infanzia e primaria insieme. Proprio da lì, recentemente, è venuto lo slancio per dipingere con i colori della pace una scalinata che origina dal vecchio bar. La pace, mi spiegano i residenti che tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 hanno fondato un’associazione di quartiere che conta già oltre cento soci, vuole essere il perno del nuovo cambio di identità di Case Bruciate. Ce n’è già una traccia all’altezza del punto in cui la strada che sale da via Capitini offre la prima opportunità di ridiscendere verso la stazione. È una grande bandiera iridata che si ispira proprio a quella sfoggiata da Aldo Capitini nel 1961 in occasione della prima Marcia Perugia-Assisi. L’hanno realizzata le ragazze e i ragazzi del liceo artistico “Bernardino di Betto”.
Oltre alle scuole, alla farmacia e a qualche negozio superstite, a Case Bruciate c’è anche l’Istituto di Mediazione Linguistica, con cui in passato ho avuto modo di collaborare spesso. Mentre percorro le strade del quartiere vedo i suoi studenti ciondolare nel cortile o affrettarsi per non fare tardi a lezione. Qualcuno viene con il Minimetrò, la maggior parte in macchina. In effetti trovare un posto libero per parcheggiare è molto difficile. Anche perché molta gente prende quella di Case Bruciate come una stazione di scambio: si lascia l’auto e si va in centro o, nei giorni della fiera o dei grandi eventi, a Pian di Massiano.
L’associazione Vivi Case Bruciate per ora si è fatta promotrice di feste, incontri e laboratori. Di solito nei locali dell’oratorio, storico presidio sociale prima ancora che religioso del quartiere. Ma certamente per le attività in cantiere servirebbero altri spazi. Quelli all’aperto stanno già subendo un restyling piuttosto radicale. I lavori nel parco in fondo alla strada che costeggia la chiesa, per esempio, sono a buon punto. E il tocco cruciale arriverà quando l’associazione e il liceo artistico, in collaborazione con l’associazione Gaia, realizzeranno dei murales dedicati alla pace su abitazioni e muri di servizio. L’idea, mi spiegano, è trasformare Case Bruciate nel quartiere della pace e dei muri dipinti. Non più solo un posto in cui passare o da cui partire, ma anche un posto da venire a visitare.
Giovanni Dozzini
