Come si racconta un progetto partecipativo? Il compito è affidato al giornalista Fabrizio Marcucci. Che qualcosa l’ha già capita
Il processo partecipativo che è stato sperimentato tra maggio e giugno in diversi quartieri di Perugia è ancora in fase iniziale, ma già capace di far emergere segnali forti e chiari: la voglia di partecipare c’è, ed è tangibile. Quattro incontri, quasi un centinaio di partecipanti e ogni volta e una domanda che torna con forza: “Come possiamo prenderci cura della nostra città, insieme?”.
A raccontarlo è Fabrizio Marcucci, giornalista coinvolto attivamente nel progetto di Partecipa Perugia come “osservatore e restitutore”: lui sarà nei prossimi tre anni testimone diretto di una città che, passo dopo passo, sta riscoprendo il senso del dialogo che parte dal basso. Gli incontri – da Madonna Alta a Castel del Piano, passando per Ponte San Giovanni e Casa del Diavolo – hanno visto una partecipazione sorprendente, infatti, secondo quanto riportato, non c’è mai stata un’affluenza inferiore alle 70-80 persone. Fabrizio ci rimanda l’immagine di una città in cui le persone vogliono condividere il proprio punto di vista ed essere ascoltate. “Quello che colpisce non sono solo i numeri ma la qualità del confronto: ho trovato cittadini attivi, desiderosi non solo di segnalare problemi, ma di deliberare, di contribuire con idee e proposte concrete”.
Ma chi sono le persone che hanno partecipato? “È emersa la forte presenza femminile, potrei azzardare una quasi maggioranza dei partecipanti; l’assenza dei giovani è stata altrettanto evidente e la partecipazione degli under 30 poco significativa, anche gli under 40 si contavano sulle dita di una mano – spiega Fabrizio – e questo può essere un campanello d’allarme che solleva interrogativi su come rendere questi percorsi più attrattivi per le nuove generazioni. Si è comunque percepito durante gli incontri un bisogno diffuso di tornare a contare come cittadini, soprattutto in alcuni quartieri. L’estensione territoriale del comune di Perugia ha come conseguenza una lontananza anche fisica di alcuni territori dal centro delle amministrazioni, e credo che a partire dalla soppressione delle circoscrizioni comunali molti dei più periferici nel tempo abbiano avuto la sensazione di sentirsi poco rappresentati”.
Rispetto a questo aspetto sembra essere stata emblematica la tappa svolta a Casa del Diavolo, zona a nord della città. “La chiusura dell’Ospedale di Monteluce ha lasciato delle ferite ancora aperte, il trasporto pubblico scarso alimenta un sentimento di isolamento e si respira un forte senso di abbandono. Ma anche lì, la partecipazione non è stata rabbiosa: è stata una rivendicazione costruttiva, la volontà di usare questa occasione per tornare ad avere voce”.
Un’occasione, quella delle Case della Partecipazione, che pur se ancora da definire nei contenuti e nella forma, sembra già aver acceso una speranza. “È un processo, non un progetto già deciso – racconta Marcucci – e proprio per questo è così potente. Perché ancora non sappiamo dove porterà. Ma credo che abbiamo bisogno di immaginare cose nuove, spazi reali di autogoverno dei territori, non è più il tempo dei salotti destinati a pochi”.
Il progetto non si pone come una semplice consultazione pubblica, non è una passerella politica e non è nemmeno (solo) un laboratorio civico. È un percorso partecipativo che si pone l’obiettivo – già nella sua fase iniziale – di smuovere energie e dare voce a tutti.
I quattro incontri pubblici in diversi assi della città – da Madonna Alta a Castel del Piano, da Casa del Diavolo a Ponte San Giovanni – hanno provato a raccogliere un bacino numeroso e rappresentativo di cittadini e portato a un risultato che ha sorpreso anche gli stessi organizzatori: una partecipazione ampia, appassionata e attiva.
“I cittadini non sono venuti solo per ascoltare. Hanno parlato, discusso, riflettuto in piccoli gruppi, e poi portato le proprie proposte. Non ho trovato agli incontri cittadini passivi, ma persone desiderose di incidere davvero sul percorso di costruzione della propria città – racconta Fabrizio -. Ciò che emerge con forza è una domanda di partecipazione qualitativa, che supera il classico ‘lamentificio’ e si orienta verso un coinvolgimento deliberativo. I cittadini non vogliono più limitarsi a segnalare buche e lampioni spenti. Vogliono dire la loro opinione su come riqualificare un’area dismessa, su cosa fare dell’ex circoscrizione chiusa da anni, su come ripensare il tessuto urbano e sociale dei propri quartieri”.
Le Case della partecipazione hanno quindi l’obiettivo di divenire spazi fisici e allo stesso tempo simbolici, in cui ci sarà la possibilità di esercitare un’autentica democrazia territoriale diversa dai tradizionali meccanismi di rappresentanza. Non si può negare che questo sia un proposito ambizioso per l’amministrazione comunale. “Il rischio, secondo l’opinione di alcuni partecipanti, è che questi spazi si trasformino in roccaforti di notabili o in satelliti dell’amministrazione. Ma oggi, almeno, questo pericolo non sembra imminente. C’è una domanda vera di apertura”.
Chiediamo poi a Fabrizio quali siano a suo parere le potenziali criticità da affrontare in un progetto così ambizioso, considerando anche che il percorso partecipativo è solo all’inizio ed i rischi non mancano. “Da un lato, c’è la necessità di una cittadinanza pronta a un ruolo attivo, che però dovrà essere formata e consapevole della propria funzione per evitare il rischio di disperdere le energie senza focalizzare delle azioni concrete; dall’altro la macchina burocratica amministrativa dovrà imparare ad ascoltare, ad essere flessibile e aperta agli imprevisti molto più di quello che è stata in passato. Questa non è una rotonda da costruire: è un ponte immaginato e sapere che possa esistere è già un atto politico. Non sappiamo dove porterà questo processo, ma da oggi sappiamo che non possiamo più permetterci di restare fermi”. Quella che emerge è la volontà di un cambio di postura profondo, che potrebbe far emergere delle criticità e resistenze ma il tentativo di un cambiamento porta inevitabilmente con sé dei rischi e forse in questa occasione è il caso di correrlo. Non sono solo Le Case della partecipazione ma il modello usato per crearle che fa la differenza.
A Perugia, oggi, si sta provando a reinventare la democrazia dal basso. Un esperimento ancora fragile ma allo stesso tempo potente, che forse non porterà subito a soluzioni definitive, ma ha già acceso una scintilla importante: quella della cittadinanza che vuole contare, dialogare, decidere. E, soprattutto, esserci.
