Pincetto – Punto e a capo

Esiste un luogo nella città in cui vivo, Perugia, che sembra raccontarmi molto di più di quello che i miei occhi vedono e che lo fa sempre in maniera diversa, come un punto da cui partono infinite trame, cucite e scucite, ricucite. Questo punto, il Pincetto, il cui nome rievoca, senza indugi, uno degli affacci più famosi della Capitale, fino a circa un ventennio fa racchiudeva solo un piccolo parco a ridosso delle mura di cinta, uno scrigno verde, fatto di stradine in salita che sbucavano all’acropoli, luogo in cui i cittadini provenienti dai quartieri sottostanti potevano passeggiare fino ad arrivare al mercato storico cittadino, il Mercato Coperto, o dove, secondo i racconti di qualcuno, gli innamorati si rubavano qualche bacio. Un luogo di respiro, di sospiri, non difficili da immaginare in una città come Perugia, maestra di sviluppo in verticale, che fa tribolare da sempre e che sempre ripaga. Oggi il parco è rimasto, i sospiri pure, nonostante i cambiamenti strutturali dovuti alla costruzione di una delle opere più visionarie della città, fonte di critiche e di stupore, il MiniMetrò, metropolitana sospesa che collega il centro della città con la prima periferia.

Pincetto è infatti anche il nome dell’ultima stazione per chi sale o della prima per chi scende, da qui si vede ancora il parco con le sue serpentine, ma ora la sua natura sembra essere più aperta, dinamica, un punto in cui non solo ci si ferma o si passeggia come in passato ma anche da dove si parte e si arriva continuamente. Quella che vedo è l’immagine di un movimento fluido, non affannato, quasi sospeso, come le scale mobili che dalla stazione ti accompagnano in centro, come il belvedere che si fa spazio tra i palazzi e gli alberi, luogo dove petto e sguardo di chi va e viene si allargano, dove il sospiro diventa respiro, un docile approdo per i turisti pieni di meraviglia, innamorati che si perdono nel futuro imminente, per chi è stanco ma ancora resiste, aprendosi a nuovi orizzonti, abbracciando un’idea di tregua. Lo sguardo, da questo punto, può aprirsi verso la vallata di fronte, dove si intravedono i monti circostanti e lontani arrivando fino a antiche roccaforti e chiese, oppure verso le massicce mura dense di storie, di lotte, di visioni.

Questo punto sembra essere uno snodo di scenari antichi e contemporanei, che, mescolandosi senza farsi la guerra, ne descrivono il passaggio dell’uomo nel corso della storia, delle sue debolezze, dell’innata natura di volersi scontrare ma anche del suo desiderio di pace, di sorreggere la sua città nelle sue fragilità, di connetterla con il mondo esterno, lei che da sempre sembra essere divisa in due, e che da sempre divide e unisce, fuori e dentro, sotto e sopra. Un moto interno alle persone che ci vivono o che la attraversano, che ne conoscono i limiti, riconoscendoli in loro stessi. Così in alto, Perugia, che sembra quasi irraggiungibile, a volte nemica, austera. A difendere la sua natura, in realtà docile e precaria, sono le finestre che si intagliano in coro sulle facciate delle case del Sopramuro, inarcate a mezzaluna da una parte o dritte come un fuso dall’altra, seguendo il profilo delle mura di cinta visibili appena si esce dalle scale mobili e se si volta lo sguardo indietro, in alto; a parlare di lei sono le volte della Biblioteca degli Arconi, la cui pietra sembra poter svelare gli antichi segreti dei bottegai, o raccontare di chi oggi trascorre la notte con il suo amore di una vita, perché casa per loro è questa, perché lì sotto non tira vento e si può stare abbracciati e guardare i ragazzi e le ragazze, spinti da un desiderio più giovane, che non fa paura, quel vento del centro che li aspetta poco più su, sfacciato anche in qualche sera di agosto.

Poco più avanti, e più in alto, un’eco risuona dalla struttura del Mercato Coperto che, rivendicando la sua anima in ferro e mattoni, da quasi un secolo irrompe nel panorama etrusco e medievale, regalando alla città una visuale inedita. Strutturato su tre livelli e con le sue vetrate centinate ricorda tante cose, a volte una fortezza moderna, visto da lontano, dal basso, ma accedendo ad esso dalle Logge dei Lanari, antiche botteghe di filatura della lana ma anche rifugio per pellegrini, sembra quasi di attraversare un ponte levatoio, un varco che non si richiude dietro, sempre aperto verso la terrazza panoramica e le poche botteghe che, nel tempo, resistono: il castello scompare, si ribalta, abbassa le difese; mi rimane addosso l’intenzione di chi lo ha immaginato, costruendolo, come un prolungamento dell’antico Mercato delle Erbe di Piazza Piccola, che potesse avere finalmente insieme un tetto e un affaccio mozzafiato. Me lo immagino come un dono, insomma, che non sembra essere l’unico in questo luogo dove tutto è immaginabile, ricucibile.

Ne sono un esempio l’arte contemporanea del perugino Francesco Capponi che nel 2018 ha dipinto l’Orologio di Capitini, accanto alla Galleria Kennedy, arteria che collega due lati della città i cui scavi fungevano da riparo antiaereo durante la Seconda guerra mondiale e poco più in là, dall’altra parte del Pincetto, la vecchia piazzetta di Campo Battaglia, dove famose erano le “sassaiole”, antico sport dei perugini in cui i giovani venivano educati alla guerra. La volontà dell’artista è stata quella di omaggiare contemporaneamente sia l’uomo, Aldo Capitini, portavoce di pace, sia la sua città, Perugia. Lo ha fatto smerigliando i lati più oscuri e fragili della storia di entrambi, rendendo giustizia alla loro gloria e bellezza, portando alla luce un luogo marginale e pregno di vicende apparentemente sotterrate, appena fuori la stazione del Pincetto e vecchio accesso pedonale al centro della città; lo ha fatto traslando, e donandola a tutti, l’immagine intima e potente dell’orologio nella stanza di Aldo Capitini, all’interno del Palazzo dei Priori, casa e rifugio dove lo stesso immaginava scenari di pace.

È per questo intreccio, non solo percettivo, che ci si può innamorare e stupire ogni volta di questo luogo.