Lo spettacolo teatrale diretto da Claudia Calcagnile che ha coinvolto le detenute del carcere di Capanne
A Perugia, si è svolto il 12 giugno uno spettacolo teatrale particolare che ha preso la forma di una finestra sul mondo, facendo comunicare attraverso l’arte chi vive dentro e fuori dal carcere. Si intitola Con il tuo sguardo ed è stato il risultato di mesi di lavoro condiviso tra detenute e professionisti del teatro.
Nel cuore della sezione femminile del carcere di Capanne, è stato possibile creare un’esperienza intensa che ha trasformato la reclusione in un’occasione di introspezione e bellezza. L’idea è partita da un laboratorio teatrale attivo da diversi mesi, guidato dalla regista Claudia Calcagnile, che abbiamo avuto il piacere di intervistare. Claudia ci racconta della nascita del suo progetto, che avviene circa dieci anni fa in Sicilia dove per la prima volta si mette alla prova fondando la compagnia teatrale “Oltre le Mura”. Con la compagnia ha messo in scena uno spettacolo teatrale nel carcere di Palermo, che successivamente è riuscita a rendere itinerante.
Una scelta ambiziosa, avvenuta dopo un percorso formative alla Scuola di Arti performative in Sicilia e altre esperienze a Torino, dove ha avuto modo di confrontarsi con delle forme più strutturate di recitazione . “È stato in quel momento che ho capito che avrei voluto sperimentare anche delle forme diverse di teatro, perché lavorare con dei non professionisti, anche se all’inizio sembra essere più difficile, porta con sé un’innovazione continua dei linguaggi e nuove forme di comunicazione. Dai primi laboratori svolti con delle persone affette da problematiche psichiatriche sono arrivata in carcere”. Un lavoro che è stato sicuramente frutto di una grande determinazione, spiega Claudia: “All’inizio ovviamente non avevamo dei finanziamenti e i laboratori che svolgevamo erano a titolo gratuito, successivamente abbiamo avuto accesso a dei fondi e il lavoro ha iniziato a strutturarsi fino ad arrivare a oggi”.
La vita ha poi portato Claudia a Perugia e così è stato naturale per lei proseguire con il suo progetto nella sua nuova casa, in Umbria, trovando diverse collaborazioni. “Come sempre, abbiamo collaborato con operatori teatrali, attori professionisti e maestranze per mettere in scena uno spettacolo completo e del tutto originale. Non c’è mai stato un copione e lo spettacolo ha preso forma con il tempo partendo dalle attrici che hanno potuto raccontarsi, sperimentare e mettersi in gioco attraverso storie ed emozioni che sono diventate la struttura del progetto”.
Non una messinscena preconfezionata, ma un’opera costruita passo dopo passo, con un linguaggio autentico, dove, ci racconta Claudia, fino alla fine neanche lei sapeva quale sarebbe stata la forma finale. “Sicuramente nel contesto carcerario le dinamiche sono percepite come amplificate, la complessità del luogo si riflette inevitabilmente nel laboratorio, anche se io e le attrici eravamo in posizioni simmetriche, non le ho mai individuate come detenute ma sempre come attrici”.
Con il tuo sguardo è passato per il lavoro di scrittura fino ad arrivare alla dimensione corporea, in un percorso che, spiega la regista, “ha avuto dei momenti più difficili ed altri di pura poesia, in cui è stato possibile lo svelamento di alcune dimensioni delle attrici mai conosciute, come in realtà avviene spesso nel teatro. I limiti diventano delle opportunità rispetto al contesto”.
Questo esperimento laboratoriale ha rappresentato molto più di una semplice attività ricreativa: è stato un’occasione di riscatto, di esplorazione del sé, e di rivisitazione delle proprie esperienze attraverso un linguaggio universale. Lo spettacolo ha dato corpo a temi profondi come l’identità, il desiderio di contatto, la maternità e la solitudine, in una narrazione fatta di frammenti ma in modo molto coerente.
Dopo una prima rappresentazione dedicata al personale carcerario, alla popolazione femminile detenuta e agli addetti ai lavori, Con il tuo sguardo ha debuttato pubblicamente riscuotendo grande attenzione e partecipazione. Il tutto esaurito non è stato solo un successo teatrale, ma un segnale di qualcosa di più grande: il bisogno della società di aprire uno spiraglio e mettersi in connessione con chi vive in una situazione di reclusione.
L’iniziativa è stata sostenuta dalla Regione Umbria e dalla Fondazione Intesa San Paolo. Ma oltre agli aspetti istituzionali, quello che resta di questa esperienza è l’impatto umano: la possibilità, per chi vive in una condizione di marginalità, di tornare protagonista, offrendo un esempio concreto di come la cultura possa diventare uno strumento di rottura e di trasformazione.




