Prendersi cura di chi si prende cura

IncontrArci è uno spazio pensato per colf e badanti. Un sabato al mese per stare insieme e dedicare tempo a sé stesse

Dal mese di gennaio 2025, presso la struttura polifunzionale del parco Chico Mendez di Perugia, è attivo lo spazio IncontrArci, dedicato alle persone impiegate nel settore del lavoro domestico e dell’assistenza familiare, declinato nelle varie forme contrattuali, e che ha come fine quello di offrire loro un luogo dove poter stare, incontrarsi, parlare, prendersi un caffè o magiare qualcosa insieme. Il target a cui il servizio fa riferimento è vario, dalle colf alle badanti fino alle governanti e baby-sitter ma per una grande parte si tratta di donne che svolgono il lavoro di badanti- conviventi h24 che nella giornata libera, tendenzialmente il sabato, transitano nei parchi cittadini o nei bar, al freddo o sotto l’afa estiva, non avendo una casa propria in cui poter trascorrere il loro tempo privato. Il servizio, gratuito e di libero accesso, è aperto in via sperimentale un sabato al mese dalle 12 alle 14,30 grazie anche alla collaborazione con l’associazione Natura Urbana e il Comune di Perugia, ed è il risultato svolto dal lavoro dell’Unità di Contatto IncontrArci, presente dal 2021 con uno sportello gratuito, aperto tutti i giovedì nella sede di via della Viola 1 e coadiuvato da due legali di progetto, che si propone di offrire ascolto, assistenza e orientamento al lavoro, diritti e salute a lavoratrici e lavoratori della suddetta categoria nonché favorirne l’emersione da eventuali situazioni di sfruttamento.

Entrambe le iniziative sopra descritte nascono dall’esperienza che Arcisolidarietà Ora D’Aria Perugia ha maturato negli anni sul campo: nello specifico, nel 2013, grazie al finanziamento regionale POR UMBRIA FSE, Barbara Bartocci (ora operatrice del servizio), in partenariato con Arcisolidarietà, realizza un progetto di ricerca sul fenomeno dello sfruttamento lavorativo a Perugia da cui si rileva il bisogno di intervento su un sommerso proprio nel settore domestico molto difficile da intercettare attraverso strumenti ispettivi tradizionali. La ricerca-intervento si delinea maggiormente tra il 2017 e il 2019 all’interno del progetto “FreeLife” (Fuori dal rischio emarginazione ed esclusione-liberi insieme favorendo l’emersione) nato nel 2016 e frutto di una serie di programmi di assistenza e protezione sociale attivi già dal 2000 grazie ai fondi erogati dal Dipartimento per le Pari Opportunità.

Nello spazio IncontrArci, allestito con macchina del caffè, tè e vivande, si respira un’aria conviviale in cui c’è chi va e viene in libera autonomia, qualche donna passa per un saluto tornando dalla messa o dal mercato rionale, altre si siedono intorno al tavolo per mangiare insieme qualcosa e raccontarsi: parlano dei loro figli, dei nipoti, del lavoro, ma anche dei loro progetti futuri e del sogno di tornare prima o poi a riabbracciare le proprie famiglie o tornare nella loro terra. Tutte hanno il proprio fardello di esperienze ma anche una forza e una voglia di resistere in un contesto lavorativo che a volte risulta appesantito, oltre che da un lavoro molto complesso, spesso sottovalutato e non privo di soprusi di vario genere, anche dalla fatica nel farsi riconoscere diritti fondamentali come il giorno di riposo, le ferie, o semplicemente il confine tra oneri e diritti stessi.

“Sono spesso persone invisibili e isolate – mi spiegano Barbara e la sua collega Melania Bolletta – a cui abbiamo chiesto quali fossero le necessità principali oltre a quelle legate a questioni contrattuali o meramente tecniche. Provenienti per lo più dai paesi dell’est europeo come Ucraina e Romania, queste donne sono spesso sole, senza famiglia o con figli e mariti che, se sono stati fortunati, sono rifugiati in altri Stati o rimasti nella terra di origine. La guerra, la solitudine o la nostalgia dei parenti e soprattutto dei figli fanno da sfondo spesso a tanti racconti fatti nei momenti di ascolto che offriamo loro anche per un supporto psicologico, ma c’è anche chi durante la settimana non può permettersi di raggiungere lo sportello per motivi di lavoro o perché il posto di lavoro stesso è sito nella lontana periferia. Per questo motivo abbiamo pensato di mettere a disposizione uno spazio tutto per loro, di libero accesso e soprattutto aperto durante il loro giorno di riposo, in cui, oltre a poter condividere del tempo con le proprie connazionali in un luogo sicuro e confortevole, possano anche confrontarsi con noi per qualsiasi problema o esigenza”.

Irina è ucraina e mi racconta un’esperienza che fa parte ormai del suo passato ma per la quale ha sofferto molto, nonostante ora si trovi molto bene nel suo posto di lavoro: “A volte capitano persone che danno per scontato che noi facciamo tutto, anche quello che non ci spetta e nei giorni di riposo, solamente perché non abbiamo una famiglia vicina e siamo in condizioni precarie e di necessità”. Conosco anche Maria, rumena, fiera di essere venuta in Italia tanti anni fa per costruire un futuro per sé stessa e i propri figli: “Pensavo di restare meno tempo e tornare presto nella mia amata terra ma le giornate al lavoro passano talmente in fretta che neanche ti accorgi; con il tempo però ho imparato tante cose, la lingua, le abitudini e le tradizioni di un Paese che non è il mio ma, nonostante i problemi e le difficoltà, ho iniziato ad amare. Leggendo e ascoltando i suggerimenti dei miei datori di lavoro ho imparato bene l’italiano e sono contenta, alcune parole mi piacciono più in italiano che in rumeno e viceversa e questo mi fa capire di quanto sia prezioso lo scambio con l’altro. Certo non sempre è così semplice, a volte capita di trovarsi a lavorare per persone che non capiscono che sei un essere umano, che non sei un robot, e questa è la parte più dura del nostro lavoro, soprattutto se non conosci i tuoi diritti e la lingua di un Paese diverso dal tuo”.

Tra una chiacchiera e un’altra scorgo un tavolinetto pieno di volantini informativi su corsi di italiano gratuiti, date e orari di consultori e ambulatori per migranti, assistenza psicologica, e al centro la ‘Scatola dei desideri’ pensata per inserire richieste anonime o domande legate a problemi sul luogo di lavoro che in sede di sportello a volte non riescono a venire fuori per varie ragioni: un altro modo per prendersi cura delicatamente di chi ha fatto della cura un mestiere così importante, necessario eppure ancora sottovalutato in una parte di mondo in cui a volte è dato per scontato. Mentre qualche donna se ne va per la sua strada, salutando e abbracciando le operatrici come fossero figlie, parole colme di gratitudine rimbalzano vivacemente tra l’ecomodulo e il parco appena fuori: è la voce di chi non è più abituato ad essere ascoltato, di chi uno spazio tutto per sé se lo è dimenticato da tempo e fa fatica a costruirselo, la voce di chi al desiderio ha dovuto abdicare troppe volte.