Fontivegge – L’eterna crisalide

Sabato. Niente lavoro. Sveglia alle 9.30. Devo essere a Fontivegge alle 11. La settimana è tutta sulle spalle ma fortunatamente dopo giorni di cieli grigi, su Perugia domina uno splendido cielo azzurro. Non indosso più un giubbino pesante, non serve, mi fido del sole e pago l’azzardo con un leggero mal di gola.

Alla stazione del Minimetrò del Pincetto passo la carta e attraverso i tornelli. Nel vagone non ci sono le facce tese del lunedì. Perché il lavoro nobilita, ma debilita anche. Una bambina imita la voce registrata che annuncia la fermata. “Siamo in arrivo a Case Bruciate. Next stop Case Bruciate”, ripete solenne mentre addenta una pizza al würstel che il padre le regge con pazienza, fingendo di protestare quando lei, insieme all’impasto, morde anche le sue dita.

Scendo. La radio passa Kendrick Lamar, il ritmo mi accompagna verso via Sicilia. Intanto osservo. Osservo Fontivegge, come un’eterna crisalide, sempre sul punto di diventare farfalla e mai pronta ad aprire le sue ali colorate. Al suo interno brulica un organismo vivo che aspetta il momento giusto per la metamorfosi, per essere libero da stereotipi e lontano da superstizioni. È un organismo fatto da persone che vogliono una Fontivegge colorata, allegra, in musica, in festa, con bambini, anziani e donne che passeggiano anche al chiaro di luna.
Il quartiere vuole librarsi in aria, rompere quella rete di seta che la tiene intrappolata, ogni evento muove un filo, ogni luogo aggregativo li recide e ogni associazione allarga lo spazio creatosi nella matassa. Presto si trasformerà, o forse no, ma nel frattempo tutto continuerà a mutare.

Il Consolato del Perù è lì. Mi aspetta Desirée, nata a Perugia da genitori peruviani. Studia giurisprudenza e ha un progetto ben preciso: vuole diventare la prima avvocata della comunità peruviana di Perugia. Con altri giovani italoperuviani del consolato segue pratiche, documenti e registrazioni. Ma il lavoro non si esaurisce nelle scartoffie, ci sono anche le feste, le fiabe peruviane lette ai bambini, gli incontri in piazza del Bacio dove si ritrovano famiglie peruviane, africane, albanesi, famiglie e cittadini di tutto il mondo. C’è la cucina preparata cercando ingredienti autentici, il rocoto che arriva in valigia, le danze tradizionali, splendidi vestiti cuciti a mano e gli strumenti andini che restituiscono un suono antico. Desirée ama il Perù come Perugia, che è casa sua, e crede che le radici possano stare nello stesso terreno.

Suo padre William, insieme a Ismael, aiuta chi non parla bene l’italiano nelle pratiche burocratiche e coordina il banco alimentare. La sede è all’Ottagono. Il sabato mattina qualcuno compila moduli, poco più in là alcune ragazze provano coreografie k-pop. William mi racconta che chi viene qui spesso ha paura di sbagliare un documento o di non capire una regola. Loro provano a dare una mano, senza chiedere nulla in cambio.

Desirée fa parte anche di Mosaico, un gruppo di persone che prima o poi sperano di diventare un’associazione. Come gruppo si sono date delle direttive, procedendo un passo alla volta, raccogliendo stimoli e idee, mi spiega Francesco, memoria storica di Fontivegge. Le direttrici individuate sono quattro: bellezza, cultura, sociale ed economia di quartiere. L’obiettivo è valorizzare l’arte visiva, collaborare con le scuole come il “Bernardino di Betto”, coinvolgere le diverse comunità presenti, dal Perù all’Ucraina, e creare occasioni capaci di rilanciare anche le attività commerciali.

Quando riprendo il Minimetrò il cielo è ancora limpido. La voce registrata annuncia la fermata e penso alla bambina che la imitava. Forse la metamorfosi è anche questo, ripetere ogni giorno un gesto, una presenza, un tentativo, finché la crisalide, quasi senza accorgersene, si accorge di essere già cambiata.