Gli uccelli. Non è un film di Hitchcock, la regia è di San Savino

Un borgo dalle radici antichissime. E una comunità sempre in movimento

Un airone bianco maggiore bagna il suo becco nell’acqua, ormai fin troppo bassa, del lago Trasimeno. Si trova all’interno dell’oasi naturalistica La Valle, a San Savino, la piccola frazione di Magione, celebre anche per la Sagra del Gambero rosso. Dalle sponde del bacino è possibile osservare il paese, e dal borgo si possono scrutare le rive orientali del lago.

Il percorso, alla scoperta della fauna dell’oasi, inizia con la meridiana di San Savino. L’orologio solare è affisso sulle vecchie mura della casa colonica che, un tempo, ospitava il custode a guardia dell’emissario artificiale del lago, creato per far defluire l’acqua. Oggi al posto del custode c’è Maddalena Pochini, seduta alla scrivania e circondata da mappe utili per i birdwatchers, foto naturalistiche e soprattutto da molti binocoli necessari per partire all’avventura verso un sentiero con quattro osservatori, che sembra quasi il set cinematografico di Harry Potter, con rane saltellanti da una ninfea all’altra e tantissime lepri che spuntano da ogni lato del percorso.

Maddalena, insieme a Marco, Chiara, Maddalena e Mario, fa parte della Cooperativa l’Alzavola che gestisce l’oasi dal 2009. “Lavoriamo da anni per far conoscere il territorio e tutelare l’ambiente del lago soprattutto attraverso la divulgazione rivolta ai più giovani”, racconta. “Organizziamo molte visite guidate per le scuole, con classi provenienti dall’Umbria e da tutto il centro Italia”.

L’oasi accoglie anche visitatori che arrivano da Cile, Brasile, Pakistan, Cina e molti altri Paesi. A testimoniarlo c’è una cartina geografica appesa accanto alle diverse cartografie, punteggiata da piccoli spilli colorati, uno per ogni angolo del mondo da cui arrivano gli esploratori. “In questo periodo che coincide con la stagione della nidificazione – continua Maddalena – si possono osservare molte specie di uccelli, dalle cannaiole ai cannareccioni, ma anche numerose varietà di aironi come gli aironi cenerini, quelli guardabuoi, le nitticore, le sgarze ciuffetto, i tarabusini, e perfino l’airone rosso, più raro e difficile da avvistare perché si mimetizza perfettamente tra i canneti. Alcune specie sono stanziali, altre arrivano dall’Africa dopo un lungo e rischioso viaggio”. Sono circa duecento gli uccelli censiti intorno al lago Trasimeno e il loro avvicendarsi segue il ritmo mutevole delle stagioni. Nei mesi delle migrazioni il lago si tinge di rosa, i fenicotteri arrivano in volo, si posano sull’acqua per riposare dalle fatiche del lungo viaggio e poi ripartono. Eppure, in alcuni anni, per la gioia dei fotografi e dei visitatori, è capitato che si fermassero più a lungo.

Se il cicerone dell’oasi è un airone, quello del borgo di San Savino è un beagle meticcio che, in un caldo pomeriggio di luglio, segue a passo lento gli avventori della domenica e detta il tempo necessario per conoscere ogni singola pietra che racconta la storia di questo luogo antico. Il centro abitato si sviluppa attorno a un castello risalente al Trecento ma edificato su un precedente castrum medievale. Prima ancora, nel VII secolo, il colle su cui sorge il paese fu occupato da un presidio bizantino, noto come Cignanum, creato per rafforzare le difese ai confini con i Longobardi di Chiusi. Ma le origini del luogo affondano ancora più indietro nel tempo infatti già nel secondo millennio a.C., nella valle a nord-ovest del colle, era sorto un insediamento rivierasco.

Durante l’età etrusca la zona tornò a popolarsi e vi fu costruito un santuario, sostituito in epoca romana da una rete di villae rustiche. Molte di queste decaddero tra il III e il V secolo d.C., mentre la popolazione si spostava progressivamente sulla collina.
Qui, nei secoli successivi, si sviluppò il nucleo dell’attuale borgo. L’antico santuario venne rimpiazzato da una pieve cristiana, intitolata a San Savino, da cui il paese ha preso il nome che conserva ancora oggi.

Nonostante il fenomeno dello spopolamento dei borghi, c’è chi qui ha deciso di non andare via. Vanni Ruggeri, vicesindaco di Magione e assessore all’Urbanistica e alla Cultura, ne è un esempio. “Sono nato e cresciuto a San Savino – sottolinea Ruggeri – Qui ho le mie radici, familiari e affettive. Questo luogo è parte integrante della mia identità. È un borgo piccolo, certo, ma con una comunità coesa, capace di vivere e far vivere il paese. Ci sono associazioni che progettano il presente e il futuro, con eventi, attività culturali, iniziative sportive e interventi di riqualificazione urbana”. Vicino al belvedere del borgo, dove nel 1968 è stata collocata una lapide bronzea in memoria dei caduti delle due guerre mondiali, sorge un edificio di grande valore storico. Nato come scuola elementare nel 1914, pochi mesi prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, ha accolto generazioni di alunni per quasi settant’anni. Oggi, dopo un attento recupero, è diventato la Casa della Cultura, uno spazio aperto alla comunità, custode di memoria e nuovo centro di incontro.

“C’è un protagonismo diffuso – continua il vicesindaco di Magione – fatto di persone che restituiscono al territorio molto più di quanto ricevono. Penso all’impianto sportivo gestito da ragazzi under 30, alla scuola trasformata in spazio museale e alla torre medievale restaurata e pronta ad accogliere nuovi progetti culturali. È un modello che funziona perché è autentico, radicato e partecipato”. Il collante di cui parla Ruggeri viene sopratutto dalla Pro Loco di San Savino, guidata da oltre dieci anni dal presidente Maurizio Orsini che del borgo è una delle anime capaci di tenere insieme le memorie del passato e la voglia di futuro. “Organizziamo la Sagra del Gambero rosso da oltre trent’anni – spiega Orsini -, una festa gastronomica che è un’occasione per rinsaldare i legami sociali, per accogliere turisti e far conoscere il territorio in tutte le sue sfaccettature, dalla storia all’ambiente”. Dietro ogni edizione, che quest’anno si svolgerà dal 16 al 25 agosto, c’è un lavoro corale che coinvolge l’intero paese. C’è chi cucina, chi serve ai tavoli, chi allestisce gli spazi e chi racconta, con orgoglio, che quei gamberi vengono ancora pescati a mano, con le nasse, nel rispetto del lago e delle sue acque. “Il Trasimeno è parte della nostra identità, e tutelarlo è un dovere”, sottolinea Orsini che racconta inoltre di come la Pro loco anche durante il resto dell’anno sia attiva nell’organizzare eventi di ogni genere.

Durante i giorni della Sagra, il borgo si trasforma in un teatro all’aperto. C’è musica, danza, spettacoli per bambini, ci sono mostre fotografiche e collettivi come Becoming X – Art+Sound Collective che disegnano fumetti con protagonista il gambero. Si respira ovunque quella cura artigianale che distingue le piccole comunità quando riescono a fare le cose per bene. “Vivere in un borgo significa anche scegliere una qualità della vita diversa – conclude Ruggeri – Possiamo essere molto stimolati sul piano professionale, ma se viviamo una vita relazionale arida, qualcosa viene a mancare. Nei piccoli centri la socialità è ancora un valore, un elemento quotidiano, parte del bilancio della nostra esistenza. I miei ricordi d’infanzia sono legati a luoghi fisici molto precisi come la scuola, l’oratorio, i campi, le corse in bicicletta. Il paesaggio è il palcoscenico della nostra formazione. È lì che abbiamo costruito le amicizie, è lì che siamo diventati ciò che siamo. Proteggerlo significa proteggere una parte della nostra memoria collettiva”. Non è un film di Hitchcock, dicevamo. La regia è collettiva, con un copione scritto dalla natura, dalla storia e da chi, ostinatamente, ha scelto di restare.