I Centri antiviolenza sono uno strumento e un presidio sociale
Esistono delle dimensioni silenziose di violenza di cui sentiamo, purtroppo, sempre più spesso parlare. Dare voce a queste realtà è stato un importante passo in avanti per accrescere la consapevolezza individuale e collettiva, e per alcune persone più che un lavoro, questa è diventata una vera e propria missione. Grazie a loro, sono sempre di più le voci che rompono il silenzio per chiedere aiuto: nel 2024 in Umbria ben 463 donne si sono rivolte agli sportelli antiviolenza, a conferma di una rete di sostegno che si fa ogni giorno più capillare e indispensabile.
I casi rilevati sono ancora molti. Solo nel 2024, 37 donne e 29 minori hanno trovato rifugio in strutture protette; nei Centri e nei punti di ascolto territoriali sono stati gestiti 2.868 colloqui, a cui si aggiungono 210 consulenze legali e 79 consulenze psicologiche. Le operatrici hanno risposto a 558 richieste telefoniche, spesso il primo passo verso la salvezza. I centri di Perugia, Terni, Foligno, Città di Castello, Gubbio, Magione e Castiglione del Lago formano una vera e propria rete di protezione. Ogni territorio, anche il più periferico, diventa così una possibile porta d’ingresso per uscire dalla violenza. Ma i numeri raccontano molto più di un dato, sono scelte di libertà e di mani tese dalle molte operatrici che lavorano nei Centri antiviolenza. Abbiamo parlato con Elisa Piazzoli, del direttivo di Libera…mente Donna che, tra le altre cose, si occupa di gestire i Centri antiviolenza nelle zone di Perugia, Foligno, Città di Castello e Gubbio. Elisa, che è stata responsabile dei CAV ed è referente delle Case Rifugio, ci racconta: “La nostra associazione è nata in modo informale come un gruppo di donne femministe con l’obiettivo di contrastare la violenza di genere. Nel 2007, grazie al Centro per le Pari Opportunità della Regione Umbria abbiamo svolto nella sede di Terni di Telefono Donna un’attività di ascolto e accoglienza di donne vittime di maltrattamenti, ricevendo un grosso riscontro – Un evento che, probabilmente, ha messo in luce l’entità del fenomeno in Umbria – Nel 2012 abbiamo formato sessanta operatrici volontarie che sarebbero poi andate a lavorare nei primi CAV, aperti solo nel 2014. Tutto questo in un momento storico in cui l’attenzione pubblica sul tema cresceva progressivamente, e da allora siamo diventate sempre di più, e sempre più strutturate fino ad oggi”.
Ma chi sono le operatrici che lavorano nei CAV? “A contatto diretto con le donne”, dice Elisa, “ci sono delle persone con una formazione specifica, perché quando c’è una richiesta di aiuto, anche solo con uno sguardo, deve esserci la capacità di riconoscere i segnali. Inoltre, io parlo dei CAV come di laboratori di donne in cui si accresce la conoscenza grazie all’esperienza, perché siamo tutte donne ed ognuna di noi ha subito una qualche forma di violenza, pur se velata. Durante i colloqui, potrà capitare di riconoscersi in qualche forma di violenza vissuta, e se non viene prima fatto un lavoro di ricostruzione e riconoscimento della violenza si potrebbero avere delle reazioni di normalizzazione che rischiano di inficiare il percorso”.
Ci sono poi le professioniste dell’aiuto, con un ruolo fondamentale, che aiutano a leggere il bisogno in un’ottica multidisciplinare. Sono psicologhe, antropologhe, pedagogiste ed educatrici che entrano nei CAV ed ogni giorno collaborano con operatrici e volontarie, unite da una profonda solidarietà. Elisa ci parla di un grande lavoro di continuo aggiornamento e molte sfide in una società fortemente patriarcale. Un lavoro che però per andare avanti ha bisogno risorse: “Il rapporto che abbiamo con il sistema pubblico è molto stretto, soprattutto dal 2016 quando si è sviluppata la Rete territoriale con i servizi sociali comunali; oggi riceviamo dei fondi pubblici destinati ai servizi che gestiamo, ma il problema è che sono sempre troppo pochi. Facciamo l’esempio delle Case rifugio, sono strutture aperte h/24 che hanno costi molto elevati di mantenimento, dall’affitto alle utenze, e con i soli finanziamenti pubblici non riusciremmo a coprire neanche le spese di pochi mesi”. Per questo Libera…mente donna deve reperire altre risorse per sostenersi e lo fa attraverso diversi progetti e attività. “Oltre alle manifestazioni, con le volontarie svolgiamo dei laboratori e delle attività aperte a tutti destinate alle raccolte fondi. Abbiamo collaborato, ad esempio, con una tatuatrice che ha organizzato un walk in durante un nostro evento e devolvendo un piccolo importo all’associazione le persone potevano fare un tatuaggio. Ci tengo a precisare che dietro alle campagne c’è un lavoro di sensibilizzazione. Perché aver donato significa conoscere il nostro servizio e cosa facciamo. Per poi magari, la prossima volta che si sente una donna che urla, non chiudere la finestra ma scegliere di chiamare le forze dell’ordine”.
Magione e il Trasimeno
Anche Fiammetta Mosconi, referente del CAV di Magione e psicologa, rimarca il problema dei finanziamenti a sostegno del servizio antiviolenza: “Il lavoro delle operatrici è un lavoro gravoso, perché si tratta di semi-volontariato. Non c’è una paga oraria, nonostante le nostre attività siano impegnative anche per il bisogno costante di presenziare alla rete territoriale di enti e associazioni che richiedono la nostra presenza”.
È nel febbraio 2023 che è stato istituito il CAV di Magione, in precedenza uno sportello di ascolto a cui è subentrato nella gestione Progetto Donna integra Aps in associazione con Libera…mente donna: “In due anni abbiamo ascoltato all’incirca una sessantina di donne, in prevalenza italiane. Sottolineo questo per sfatare il mito che le comunità straniere siano maggiormente predisposte alla violenza di genere e a dinamiche patriarcali. Inoltre, solo il 21% delle donne che abbiamo sostenuto non ha figli. Il numero di minori che ad oggi si trova dentro un legame violento, dunque, è incredibile. Sono le vittime della cosiddetta violenza assistita”. Il CAV organizza il 25 di ogni mese un’iniziativa che punti alla sensibilizzazione sul tema della violenza sulle donne: “Non è una ricorrenza mensile casuale, ma fa riferimento al 25 novembre, Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza sulle Donne”.
Valentina, Marina ed Elena, invece, sono le operatrici che lavorano ogni primo giovedì del mese a Castiglione del Lago, dov’è attivo un punto d’ascolto. Il CAV a cui fa riferimento questo sportello è quello intitolato a Maria Teresa Bricca a Città della Pieve, coordinato dall’associazione Donne La Rosa: “Vista la lacunosità dei trasporti nella zona del lago e la diffusa assenza di autonomia negli spostamenti delle donne che hanno problemi con un maltrattante, l’apertura di questo servizio era necessario”. Elena riferisce che non esiste un’età massima per le donne che arrivano al CAV per ricevere aiuto: “Abbiamo ascoltato di recente una signora di settantasei anni. Tralasciando gli abusi più ‘gravi’, le offese verbali sono tra le più comuni forme di violenza subite; per alcune, per decenni. Si entra dentro una ruota da criceto per cui ti fai andare bene tutto. Finché non dici basta”.
Le operatrici di questo centro stanno, tra le altre cose, svolgendo numerose iniziative per promuovere l’educazione socio-affettiva e sessuale nelle scuole. Uno di questi percorsi, diretto alle classi prime e seconde dell’indirizzo dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale dell’Istituto Omnicomprensivo Rosselli-Rasetti, ha promosso tra i ragazzi un tipo di relazione con l’altr* basato sull’empatia, sulla reciprocità e sull’eguaglianza.
Corciano: l’esempio unico del supporto a donne disabili
A Corciano, invece, non è attualmente presente uno sportello antiviolenza, ma nel 2019 ne è esistito uno che, per un anno, ha costituito un unicum all’interno del territorio perugino: un servizio riservato al supporto di donne disabili o vicine alla disabilità, la cui referente è stata Paola Palazzoli, di Libera…mente Donna. “L’apertura di uno sportello così specifico derivò dal riconoscimento di un triste dato di fatto: una donna che è portatrice di disabilità subisce violenze e discriminazioni multiple, che le vengono inflitte contemporaneamente e con la stessa intensità. Se appartenere al ‘secondo sesso’, citando De Beauvoir, colloca già di per sé in una posizione di disparità, figuriamoci cosa significa essere donna e dover fronteggiare ulteriori barriere, fisiche, sensoriali, comunicative e intellettive, legate alla propria disabilità. Magari dipendendo da un uomo violento, che controlla i tuoi movimenti, sminuisce le tue capacità, ti manipola o ricatta psicologicamente. Quanto più si è fragili, tanto più uscire da una relazione violenta è difficile”.
La battaglia contro la violenza di genere ha fatto dei passi in avanti ma la strada è ancora lunga. Fortunatamente, associazioni come questa riescono nel tempo a fare la differenza e possiamo dire, oggi più che mai, che il lavoro di queste donne svolto con passione e umiltà riesce in molti casi a sostituire la paura con le sempre più frequenti scelte di libertà.
Beatrice Depretis e Ilaria Montanucci