L’Ucraina ha gli occhi azzurri

Perugia che accoglie i profughi. Le case, la chiesa, l’assistenza sanitaria

 

L’impegno di Questura, Comune, Caritas e Arci. Più quello dei privati

Perugia in queste ultime settimane, tramite associazioni, enti e privati cittadini, ha dimostrato la sua solidarietà a tutti coloro che scappano dall’Ucraina per rifugiarsi in Italia. Bambini, adolescenti, adulti e anche qualche anziano, più spaesato degli altri, hanno trovato alloggio a casa di familiari o amici che già vivevano in Italia. Si è creata in città una totale sinergia, non solo per far avere a tutti un posto dove stare, ma anche per disporre di una rete su cui atterrare e sentirsi meno persi. Il questore Giuseppe Bellassai ha incontrato i rappresentanti della comunità ucraina a Perugia, per confermare il massimo impegno della Polizia di Stato nell’aiutare i profughi. La Questura ha semplificato le pratiche dell’ufficio immigrazione e ora i cittadini ucraini potranno restare in Italia per novanta giorni senza necessità di visto: in questo periodo potranno richiedere il permesso di soggiorno per protezione temporanea che ha la durata di un anno. I profughi, arrivati senza la possibilità di un appoggio diretto, non sono stati lasciati soli e come sempre, quando si parla di accoglienza, la Caritas Diocesana di Perugia e Arci Perugia non si sono tirati indietro. Don Marco Briziarelli ci racconta che avrebbe voluto ampliare il raggio di sostegno agli ucraini, ma in questo momento gli appartamenti sono occupati da altre famiglie in difficoltà, recentemente sfrattate. Nonostante ciò sono stati ospitati diciassette ucraini su un totale di 131 accolti nella rete Caritas/Diocesi. Insieme alla chiesa greco-cattolica di Santa Maria delle Grazie e nei locali della parrocchia di Sant’Egidio, si impegnano nella raccolta di kit di primo soccorso, assorbenti, alimenti in scatola e alimenti per bambini. Arci Perugia ha invece preso in affitto appartamenti per dare una casa a venticinque profughi, e a tutti quelli che arriveranno. L’associazione collabora con Croce Rossa e Protezione Civile, che con i loro mezzi portano in salvo dal conflitto soggetti fragili e con disabilità psichiatrica che saranno, al loro arrivo, presi in cura e ospitati da Arci. La solidarietà non si ferma qui, tutti i cittadini ucraini sono guidati lungo un percorso agevolato, che passa dalla Questura agli uffici di cittadinanza del Comune, ma anche dal nuovo sportello di orientamento e informazione di Monteluce, la Portineria di Monteluce-Sant’Erminio, dove si accolgono le richieste dei nuovi arrivati o di chi sta per arrivare. Lo sportello, ogni venerdì, collabora con la chiesa della Madonna delle Grazie, punto d’incontro della comunità ucraina, per realizzare una raccolta di medicinali e alimenti da spedire in Ucraina. A garantire la sicurezza delle prestazioni sanitarie per i profughi ucraini c’è il codice STP (Stranieri Temporaneamente Presenti), che viene rilasciato presso gli sportelli Anagrafe del poliambulatorio di Piazzale Europa. Coloro che ne sono muniti possono recarsi nei Centri Salute territoriali e avvalersi di cure e assistenza di medici generali e di pediatri. Parte degli ucraini arrivati in città non dispongono delle vaccinazioni anti Covid-19, un aiuto nel sollecitare l’importanza del vaccino è dato dal Distretto del Perugino, dalle varie associazioni di volontariato e dalle istituzioni scolastiche che stanno accogliendo i bambini ucraini, coadiuvate da interpreti volontari del progetto Civis (Cultura Impegno e Volontariato per l’Innovazione sociale).

Chiesa della Madonna delle Grazie

Venerdì alle dieci del mattino via Caprera è poco trafficata, quasi deserta. La chiesa della Madonna delle Grazie, che fa parte della Diocesi Perugia-Città della Pieve, si trova alla fine della strada e sembra un luogo quasi abbandonato. Insieme a Vitali Romanov, ucraino dagli occhi azzurri che vive in Italia da molti anni, entriamo in chiesa. Uno stendardo giallo e blu si trova vicino all’altare e alle pareti ci sono indicazioni in ucraino: “Spegni il telefono, indossa la mascherina e disinfetta le mani”. Siamo nel posto giusto e anche se sulle panche non siede nessuno nell’aria si avverte il fermento di qualcosa che sta per svegliarsi. Fuori, ad aspettare che gli altri arrivino, c’è Vita. Ha trentatré anni, e gli occhi di un azzurro abbagliante, proprio come il figlio di undici anni che tiene per mano e la bambina di tre anni che tiene in braccio, figlia dell’amica di cui è ospite a Perugia. Vitali traduce il racconto della giovane donna, arrivata dopo una settimana dall’inizio del conflitto. Vita è partita da Ivano-Frankivs’k, la sua città, nella parte occidentale del Paese, ed è arrivata in Italia passando per l’Ungheria. Un viaggio tranquillo e breve, il suo, a differenza di quello di altri suoi connazionali. In Italia c’era già stata come turista, ma ora è tutto diverso. Suo marito è un cameraman e da poco è stato chiamato alle armi. Vita vorrebbe tornare a casa, vorrebbe tornare da lui e vorrebbe tornare perché ha paura di perdere il suo lavoro da agente immobiliare. Suo figlio è contento di trovarsi nel nostro Paese, può continuare a frequentare le lezioni online e poi andare in giro per la città insieme alla mamma. Per Vita il luogo fuori dal quale ci troviamo rappresenta la speranza e la gioia, “in questo momento la religione è l’unica cosa che ci può aiutare”, dice prima di salutarci e andar via. Durante la chiacchierata con lei, la chiesa si è riempita di gente e tutte le porte sono state aperte. C’è chi si affanna su per le scale, con scatole ricolme di medicinali e generi alimentari da spedire in Ucraina, e c’è chi fa l’inventario di tutte le cose che arrivano. Tutti si preparano a riempire il tir da spedire nel Paese, il quinto dall’inizio dell’emergenza. Nel trambusto dell’organizzazione incontriamo don Vasyl Hushuvatyy, il parroco che ha fatto della sua chiesa un luogo familiare per tutti gli ucraini che si trovano a Perugia. Don Vasyl è provato dalla situazione e i suoi solitamente vispi occhi azzurri ora sono stanchi. Lui per la sua comunità è un punto di riferimento fondamentale, si assicura che i profughi possano studiare la lingua italiana e che nessuno rimanga solo. Nella sua chiesa tutti sono chiamati ad assistere alla messa, che siano ortodossi o cattolici, che parlino russo o ucraino. Come dice don Vasyl, “qua nessuno chiede chi sei”.

Marcia della pace per l’Ucraina

La domenica del 24 settembre del 1961 è il giorno in cui i cittadini di Perugia, insieme a scrittori e volti influenti come Giovanni Arpino e Italo Calvino, si mettono in marcia da Perugia fino ad Assisi per celebrare il rifiuto della violenza e abbracciare la pace. L’iniziativa nasce dalla volontà e dalle idee del filosofo, poeta e antifascista Aldo Capitini. Le sue parole vivono nell’eco delle strade di Perugia e ancora una volta hanno spinto la popolazione a muoversi come avrebbe fatto lui, a camminare contro la guerra in Ucraina da Perugia ad Assisi nella Marcia straordinaria PerugiAssisi della pace e della fraternità. La marcia che dal 1961 si svolge intorno a fine settembre o inizio ottobre, quest’anno sarà, in via del tutto eccezionale, il 24 aprile. Non so di che colore Aldo Capitini avesse gli occhi, però so per certo che la sua voce e le sue azioni sono oggi quanto mai necessarie.

Articolo e foto di Federica Magro