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Un viaggio tra i bambini e i ragazzi ucraini accolti nelle scuole di Perugia

È il profumo della primavera quello che si respira nel cortile dell’Istituto Comprensivo Giovanni Pascoli di Madonna Alta a Perugia: gli alberi sono in fiore, il verde circonda l’edificio e il cinguettio degli uccelli si alterna alle voci squillanti dei bambini che sento provenire dalle finestre spalancate. Una volta entrata, un tuffo nel passato mi sveglia tempestivamente dal torpore della mia età adulta, dimentica ormai dei colori e profumi d’infanzia: di sedie e banchi, lavagne, zaini, cartelloni, colla e grembiuli. Mi accolgono la dirigente scolastica Isa Settembrini e quattro insegnanti di diverse discipline, tutte decisamente entusiaste di collaborare con noi nel raccontarci la loro esperienza di accoglienza dei bambini ucraini.

Isa Settembrini è diventata da poco dirigente scolastica di questo istituto e lo descrive fieramente come accogliente e inclusivo, caratteristiche fondamentali per una scuola che deve e vuole adattarsi al presente in maniera sempre più tempestiva. Il caso della guerra in Ucraina, non isolato ma senz’altro il più recente e vicino a noi, è l’ennesima prova che tutta la comunità scolastica si è trovata ad affrontare, non senza coraggio e prontezza. Gli aspetti più problematici sono stati il divario linguistico e il dramma psicologico a cui la scuola ha cercato di sopperire tramite mediatori culturali e un approccio didattico improntato sulla serenità più che su meri indicatori di profitto. Antonella Trottini, insegnante d’infanzia presso il plesso di Case Bruciate, mi descrive Nadia, Artem e Anastasia, dai tre ai sette anni, e il loro inserimento nel gruppo classe che è avvenuto in un clima sereno, ben predisposto e preparato sin da prima del loro arrivo: sia i bambini italiani che le rispettive famiglie si sono dimostrate estremamente duttili nel fronteggiare l’ospitalità di questi bambini. A scuola si è affrontato insieme il tema della guerra per poter elaborare il dramma emotivo attraverso giochi e disegni mentre al problema della lingua si è cercato di ovviare grazie al sostegno di mediatori linguistici, messi a disposizione da associazioni di volontariato come la Caritas, dalla comunità Ucraina della chiesa Santa Maria delle Grazie e dal Tribunale di Perugia e grazie anche all’attivazione di corsi gratuiti di lingua italiana da parte della parrocchia di Case Bruciate.

Francesca Pinzaglia, docente di lingua francese e coordinatrice della scuola secondaria di primo grado, mi parla di Alina, undici anni, e di come la classe, già piuttosto eterogenea culturalmente, ha collaborato nel sostenerla e renderla partecipe durante le lezioni, tramite l’utilizzo di cartelloni, ricerche e supporti tecnici quali le Flash Cards del Vocabolario Interattivo Parlante ideato da Save the Children. Elisa Stincardini, insegnante di matematica e scienze della classe seconda D della secondaria di primo grado, si ritiene fortunata a insegnare una materia come la matematica che possiede un linguaggio universale e racconta di Miroslava, tredici anni, che è molto ricettiva, disciplinata e che tramite la conoscenza della lingua spagnola, simile all’italiano, interagisce senza troppi problemi con i compagni durante le lezioni di scienze. L’ultima testimonianza è quella di Francesca Corbucci, insegnante di matematica e inglese presso la prima e la quinta della scuola primaria. Olesa, Angelina, Arsem e Anna giocano volentieri nel giardino della scuola sin dal primo giorno, in cui sono stati accolti con grande emozione di tutti con palloncini, cartelloni e un dono di benvenuto: uno zainetto per ciascuno con dentro tutto l’occorrente per la scuola. Oltre ai classici strumenti di supporto tecnico didattico e al lavoro dell’insegnante di potenziamento, durante la lezione di arte il disegno è stato uno strumento per constatare il mutamento delle immagini realizzate dai ragazzi e quindi delle loro emozioni che, con il tempo, sono sembrate rasserenate.

I bambini

Oltre alle testimonianze preziose delle insegnanti, ho avuto la possibilità di entrare in una di queste classi e parlare direttamente con i bambini, nello specifico nella classe quinta del plesso Gabelli a Case Bruciate. Sabina di Matteo, la maestra, così preferisce essere chiamata perché la parola “insegnante” la trova troppo istituzionale, si racconta e racconta i suoi alunni: “Conosco i miei alunni sin dalla prima e quest’anno dovrò lasciarli; sono stati cinque anni stupendi perché sono bambini eccezionali, amorevoli, e ognuno a modo suo ha contribuito a rendere la classe eterogenea ma molto unita; questo lavoro è pieno di grandi soddisfazioni ma anche di forti responsabilità perché quello dei bambini è un territorio vergine e l’insegnante, oltre alla famiglia, è il loro punto di riferimento”.

La sua voce è tenera, calda e affidabile ma ferma e autorevole, mentre mi parla osservo questi piccoli uomini dietro le loro mascherine: sono i loro occhi vividi a sorridermi e presto le loro voci candide e curiose riecheggeranno nella piccola e colorata aula; in fondo una finestra aperta sul verde del giardino e fuori da lì il mondo che li aspetta. Ma la vita li ha già messi alla prova, me lo conferma con parole timide e malinconiche Ana, che è scappata dalla Libia con la sua famiglia e che sente di dover dare ciò che di bello ha ricevuto quando è arrivata in Italia; me lo confermano tutti gli altri che descrivono le loro sensazioni di sgomento e tristezza di fronte alle notizie sulla guerra che sentono in tv o guardando le immagini di bombe e distruzioni tramite i social. Ma nelle loro parole scorgo più che altro quella speranza e quella positività che solo le anime giovani sembrano ancora riconoscere e che spesso, senza accorgersi, ci trasmettono: felicità, divertimento, meraviglia, gioia sono i termini che risuonano maggiormente tra loro, mentre mi descrivono il loro approccio nel giocare, interagire e comunicare con Olesa e Angelina in questi due mesi insieme.

Giovanni si dice contento di aiutare le sue compagne in difficoltà perché il senso di colpa che prova quando si mette nei loro panni viene meno a poco a poco; Chiara, che parla molto bene l’inglese, interagisce proattivamente con loro; secondo Riccardo la scuola aiuta a non far mancare loro tutto ciò che hanno perso “per strada”; Francesco ricorda con gioia di quando il primo giorno si sono messi in cerchio a parlare in giardino; per Brando conoscere le sue nuove compagne è stato un modo per riflettere sulle atrocità della guerra. Potrei continuare a raccontare ancora e ancora tutto quello che i ragazzi, liberamente, hanno raccontato a me delle loro compagne e indirettamente anche di loro stessi, affidandosi alla purezza delle loro emozioni. Nel frattempo Angelina e Olesa stanno al loro banco, giocherellano con delle carte e ogni tanto partecipano alla discussione. Sono allegre, socievoli, autonome e disponibili e quando chiedo loro cosa provano in questo periodo in Italia e a scuola mi rispondono entrambe “Gioia”.

Alle superiori

Completamente diverse sono le impressioni quando mi reco all’Itet Capitini, Istituto tecnico, economico e tecnologico di Perugia, dove mi aspetta il dirigente scolastico nonché coordinatore della scuola Polo per l’Inclusione dell’ambito territoriale perugino, Silvio Improta. Nell’atrio della scuola un via vai di ragazze e ragazzi serpeggia durante la mezz’ora di ricreazione, l’aria sa di primi amori, pullula di identità che bramano libertà fatta di sogni e aspettative di quel mondo dei pari che sembra essere il loro tutto. In Umbria sono circa 450 i ragazzi ucraini inseriti nelle scuole di cui la maggioranza si concentra negli istituti della provincia di Perugia. Due terzi appartengono alla scuola del primo ciclo, il resto alla scuola secondaria. Rimane ancora un grande numero di coloro che per vari motivi non riescono a essere intercettati. Ognuno ha la sua storia, qualcuno conosce già l’italiano, altri sono più restii nell’apprendere una nuova lingua o nella volontà di integrarsi perché pensano e sperano che stare qui sia solo di passaggio. La principale urgenza del sistema scuola è l’integrazione, fare comunità e gruppo all’interno delle scuole stesse e con una forte spinta sinergica tra i vari istituti; gli insegnanti di Italiano L2 sono circa ottanta ma un grande aiuto è dato dai numerosi mediatori linguistici forniti da vari enti istituzionali e di volontariato.

I ragazzi accolti al Capitini sono cinque ma io ho la possibilità di conoscere soltanto Sophia e Nazar, cugini e entrambi quindicenni. Entro nell’aula dove la professoressa di Lingua L2 Federica Cupelli li aspetta per la lezione di italiano: sono sorridenti, simpatici, ben disposti a raccontarmi della loro esperienza qui in Italia partendo dall’infinito viaggio che hanno dovuto affrontare per lasciare la loro città, Donetsk. Sembra esserci tra loro quella complicità tipica degli adolescenti ma nel frattempo riescono a interagire in maniera sorprendente e matura con l’insegnante: il clima che si respira è quello di totale serenità e empatia. Per loro la guerra non è cosa nuova, purtroppo, i ricordi del 2014 sono ancora nitidi ma mai avrebbero creduto di dover lasciare tutto, la loro terra, la loro casa, gli amici, i parenti, i loro padri soprattutto, rimasti nei territori di difesa in Ucraina. Partiti con un misero zaino e le cose essenziali dopo circa due giorni di viaggio senza dormire se non un piccolo stop in Polonia, sono arrivati a Montemorcino dove li aspettavano dei parenti e amici di famiglia. Nei loro sguardi non trovo autocommiserazione né scoramento, solo uno sguardo luminoso al futuro: Sophia vuole fare la modella e Nazar vorrebbe studiare economia. Esco dalla scuola con un senso di serenità e di conforto, in lontananza la bandiera della pace.

Articolo di Marta Poli