Le città che non sanno parlarsi. Intervista a Massimo Monni

Perugia è molte cose insieme. È una città che cambia man mano che sale e man mano che si allarga,  una città di molte mura e molte fratture. Sono forzatamente molti, così, anche i modi di essere abitanti di Perugia. Massimo Monni, classe 1959, è figlio di una Perugia operaia e borghese insieme che non esiste più. Nato a Fontivegge, a due passi dalla stazione centrale, da due genitori impiegati alla Spagnoli quando la grande fabbrica tessile dava lavoro a quasi duemila persone senza contare l’indotto della miriade di laboratori sparsi nella cintura extraurbana, cresciuto a Case Bruciate e poi a Madonna Alta, da poco più di un anno si è trasferito in pieno centro storico. “Finalmente”, dice lui, perché vivere in centro era sempre stato un suo sogno. C’è arrivato insieme ai figli, ora che i figli sono cresciuti e sono usciti di casa: li trovi tutti lì, tutti vicini o vicinissimi. Non è uno sfizio ma un vecchio progetto che prende forma, così come non appare uno sfizio la sua candidatura a sindaco di Perugia in vista delle elezioni del 9 giugno 2024. Odontotecnico di professione, in politica da sempre e sempre più o meno al centro, con oscillazioni tra la parte destra, soprattutto, e quella sinistra degli schieramenti, svariati mandati da consigliere comunale e regionale alle spalle, Monni ha messo in piedi una coalizione – espressa dalla lista Perugia Merita – fatta di personalità in vista più che di partiti. “La gente dei partiti non ne può più”, spiega. “Alla gente serve una visione di città, e io penso di potergliela proporre”.

La visione che Monni ha di Perugia oggi è quella di una città ferma, che ha rinunciato alla parte migliore della propria identità. 

“Penso proprio a quella peruginità incarnata dai grandi imprenditori del Novecento come Spagnoli o Buitoni, e poi anche Servadio o D’Attoma. Era gente che produceva ricchezza e la distribuiva nella comunità. Ora questo tipo di imprenditoria illuminata a Perugia manca del tutto. Le nostre università formano eccellenti professionisti che poi vanno a lavorare fuori regione. Questo mi sembra un problema enorme, forse quello principale”.

Perugia è in effetti una città sempre più votata al terziario. È un processo avviato da anni, e difficilmente reversibile. O secondo lei riportare la grande manifattura è possibile?

“Forse non la grande industria, ma gli investimenti sì che si possono portare. Quando penso al destino dell’Umbria io penso sempre a quello dell’Irlanda. Un posto piccolo, isolato, con un governo che ha reagito a una grande crisi industriale con investimenti pubblici ingenti. L’Umbria potrebbe diventare l’Irlanda del Centro Italia: le caratteristiche in fondo sono simili, a un certo isolamento si abbina una qualità della vita decisamente alta. Potremmo essere una terra perfetta per start-up all’avanguardia nel campo dei servizi e della logistica, per esempio. E Perugia ne sarebbe il centro nevralgico”.

Cosa servirebbe per favorire questo tipo di investimenti?

“Una cosa pubblica amministrata in maniera più elastica. Meno paletti, meno condizionamenti per chi vuole investire. E una burocrazia più efficiente. E poi Perugia deve decidersi a mettere in connessione le sue due grandi anime. Quella più internazionale legata al mondo dell’università e dello sviluppo e quella più tradizionale”.

Due anime che non si sono mai parlate un granché. E che in passato, anzi, hanno spesso cozzato.

“Però le potenzialità sono enormi. A Perugia ci sono due università, l’Accademia di Belle Arti, il Conservatorio. C’è Umbria Jazz, e molte altre manifestazioni culturali di spessore. Mi pare manchi una sinergia, una rete che tenga tutto insieme. Perché uno studente dovrebbe preferire Perugia a un’altra città universitaria? Oltre alla qualità degli atenei servirebbero affitti equi, luoghi per studiare, trasporti pubblici gratis, navette notturne dal centro per chi, per esempio, studia medicina e vive a San Sisto”.

Perché, secondo lei, questa sinergia manca?

“Per sciatteria. Ho l’impressione che chi amministra questa città non conosca il mondo. Non ami viaggiare. Chi governa una città dovrebbe andare a vedere come funzionano le altre grandi città europee, prendere spunti e ispirazioni dalle esperienze più riuscite. A Perugia non succede. Non succedeva prima, e non è successo in questi ultimi anni, nonostante una classe dirigente molto più giovane rispetto al passato”. 

Perugia è una città che spesso tende a considerarsi un’eccezione alla regola. A dar peso solo a ciò che accade al proprio interno.  

“È una caratteristica comune a molte altre città di provincia, sì. Invece servirebbe moltissimo una maggiore apertura verso l’esterno. Basta viaggiare un po’, ripeto, per rendersi conto di come potrebbero andare le cose. Io adoro farlo, da sempre”. 

Negli ultimi anni, complice anche la cesura sociale e culturale avvenuta con il Covid, a Perugia il comparto turistico appare in salute. Può essere questa, la vocazione futura della città?

“Potrebbe, sì. Non ci vedrei niente di male, ma credo che occorrerebbe decidersi. Non si può rimanere a metà del guado, come adesso. Non si può volere una città isolata e allo stesso tempo a misura di turista, che invoglia a venire e poi non è in grado di fornire i servizi e le informazioni essenziali per orientarsi e godere di tutte le nostre bellezze. Questo ha a che fare anche con la natura stessa dei perugini. Che sono divisi in due tipi ben precisi”.

Quali?

“Ci sono i perugini che vivono dentro le mura e quelli che vivono fuori. C’è chi vorrebbe una città chiusa, a disposizione solo di chi ci abita, che storce il naso ogni volta che apre una nuova attività in centro. E poi c’è chi invece ha una visione più aperta: prendiamo Ponte San Giovanni. È un luogo vitale, pieno di negozi, un crocevia autentico, dinamico”.

A Perugia la gente si sente sicura?

“La sicurezza per me è prima di tutto una questione urbanistica. La criminalità si afferma quando i luoghi non sono vissuti. Fontivegge ne è un esempio lampante: dalle sei del pomeriggio in poi non c’è più nessuno, e piazza del Bacio si popola di tipi loschi. Servono attività, quartieri vivi. Dove c’è controllo sociale non c’è spazio per la criminalità, e prima di tutto aumenta la percezione di sicurezza. Servirebbe una politica incentrata sui cambi di destinazione d’uso, non i carri armati come aveva suggerito qualcuno”.

A Perugia la gente sente di avere accesso a cure adeguate?

“No. Dal punto di vista della sanità Perugia è in grande sofferenza. Fino a sette o otto anni fa la città era un punto di riferimento per la cura di molte patologie, moltissima gente veniva a Perugia per farsi curare. Oggi avviene il contrario. I perugini, se stanno male, devono andare fuori Regione. Questo perché si è smesso di investire in sanità. E molti bravi medici se ne vanno via, sempre più spesso, perché non sopportano il modo in cui è amministrata la sanità pubblica in questa regione, e anche a Perugia”.

Perugia, anche in virtù dell’Università per Stranieri, a partire dalla metà del Novecento ha avuto sempre a che fare con una folta presenza di donne e uomini provenienti da ogni parte del mondo. I flussi migratori degli ultimi decenni hanno portato anche qui moltissimi stranieri di un genere molto diverso rispetto al passato. Che rapporto hanno con loro, oggi, i perugini?

“Perugia è una città laica, per tradizione illuminata. Porta ancora con sé il patrimonio del XX Giugno 1859 (quando la città si sollevò contro il dominio papale; la rivolta fu repressa nel sangue, ndr). L’apertura verso gli stranieri in qualche modo viene anche da lì. Oggi la situazione è cambiata rispetto agli anni d’oro dell’Università per Stranieri, e succede un po’ quel che succede anche altrove. In molti risentono dell’esasperazione con cui certi media e certa politica rappresentano il fenomeno migratorio. La verità è che solo quando non hanno alternative queste persone diventano manovalanza per la criminalità. Esistono invece molti esempi virtuosi di integrazione”.

Ha detto che ama molto viaggiare. Cosa pensano di Perugia le persone che incontra in giro per il mondo?

“Dipende. Nei Paesi cattolici dire Perugia significa dire Assisi: siamo a due passi dalla città di San Francesco. In Medio Oriente e in tutto il Mediterraneo ricordano ancora Paolo Rossi, che prima di diventare l’eroe dei Mondiali ‘82 era stato l’eroe del Perugia dei miracoli. Nei Paesi angloamericani è più difficile trovare un filo comune. Di sicuro dappertutto Perugia è associata al Bacio Perugina”. 

 

Testo di Giovanni Dozzini

Foto di Mohammad Ali Montaseri