L’Apocalisse dei commessi

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L'Apocalisse dei commessi

Due mesi fa ho trovato lavoro come commessa di un grande marchio dentro un centro commerciale inglese. Trattasi di una struttura gigantesca, tutta bianca e acciaiata, accecante sotto la luce dei faretti. Non padroneggiando la lingua in modo eccelso e non essendo, io, una tipa molto informata su ciò che riguarda il vasto e impenetrabile universo della moda e dell’abbigliamento, ho dovuto in alcuni casi acquisire un doppio vocabolario: in italiano, per oggetti/accessori/indumenti dal nome e dall’utilità sconosciuti, e in inglese, per tutte quelle parole che nella propria lingua risultano banalissime e che in un’altra diventano una questione ermeneutica che nemmeno la Stele di Rosetta.

Tanto per dirne una, provare a tradurre a una collega “cavallo dei pantaloni” o “vita bassa” (eh no, “trousers horse” and “low life” non sono le risposte giuste, ma forse solo io potevo essere così tonta da affidarmi alla traduzione letterale) ha generato risate echeggianti nell’intero quartiere.

In questo clima di grande confusione linguistica, in cui non è raro che un italiano “cioè” mi scappi quando tento di spiegare qualcosa ai clienti, ho imparato, però, a piegare la situazione a mio favore. Al bando la professionalità espressa in risposte tutte d’un pezzo, immediate e seriose: la mia intraprendenza nell’ambito della compravendita si esprime in una gestualità stivalesca che genera negli acquirenti empatia (o, meglio, compassione) e una certa testardaggine. Quando, per esempio, mi capitò per la prima volta di servire una signora che mi aveva chiesto di mostrarle alcune paia di jeans, la battaglia dell’interpretazione del senso è iniziata col mio tentativo di chiederle se li volesse a zampa di elefante o a sigaretta. Anche qui, la traduzione letterale («A Cigarette or an Elephant leg fit?») sembrava chiaramente non sortire alcun effetto positivo nel circuito comunicativo: la tizia mi guardava sconcertata, pensando forse di trovarsi davanti alla produzione estemporanea di una poesia surrealista.

In un lampo di genio ho poi compreso che era necessario sfruttare la mia dizione motoria: iniziando a lisciarmi le gambe o a mimare lo svasamento dei pantaloni a zampa, ho quindi costretto la cliente a un gioco riflesso in cui lei mi rispondeva a gesti («Slim fit», con lei che si accarezzava la coscia per dirmi che dovevano essere stretti al punto da strizzarle il più nascosto dei pori cutanei). ‘Non poteva dirlo prima?’ ho pensato estenuata, per poi recarmi a portargliene un paio.

Finché si trattava di avere a che fare coi clienti, insomma, riuscivo a cavarmela abbastanza bene, ma tutto è cambiato non appena mi hanno rivelato della mensile incursione di alcuni inquietanti soggetti: i mistery shoppers, i dipendenti del marchio per cui lavori, i quali si fingono clienti per testare quanto sei bravo a fare il tuo lavoro. Tra le mani tremanti ho ricevuto un foglietto illustrativo in cui erano elencate alcune delle qualità valutate dall’acquirente misterioso: sotto gli occhi della manager, i termini “professionalità” e “chiarezza” mi sono piombati nella coscienza come volatili impazziti; i lineamenti, già sbiaditi dal bagliore dei faretti, erano adesso color latte.

È da allora che vivo nel terrore, immaginando ogni cliente come un possibile giudice venuto a punirmi per le mie lacune linguistiche e il mio gesticolare convulso, per tutte le volte che mi pinzetto i fianchi per indicare una “vita alta” o suggerisco la presenza di un tessuto elasticizzato imitando la nonna della pubblicità del detersivo.

E dunque, oh voi che entrate in un grosso centro commerciale, fate sempre presente che siete clienti abituali e non valutatori misteriosi venuti per l’Apocalisse dei commessi. Con un semplice accenno, potrete salvare la salute di qualche venditore ansioso come me.

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