TRENO PER ROMA TIBURTINA, ore 7:35

RACCONTO SUL TRENO

TRENO PER ROMA TIBURTINA, ore 7:35

Gennaio 2015

Capita quasi puntualmente che una delle poche volte che riuscite a beccare la tariffa mini dell’Intercity e avete a disposizione il tavolino (il tavolino!), da trasformare nella postazione di lavoro perfetta per le prossime ore di viaggio, ci sia un signore che si siede di fronte a voi. Magari un po’ anzianotto, magari parecchio loquace.

Vi fissa di sottecchi, raccoglie la voce nella gola, due colpi di tosse per schiarirla. Non trova la ragione giusta per richiamare la vostra attenzione, mentre vi ostinate a rimanere concentrati sulla vostra pila d’impegni in formato cartaceo. Poi sembra desistere, raccatta la «Settimana Enigmistica» appallottolata nel cappotto e scompare dietro le sue pagine spiegazzate, portandosele vicino al naso. Finché, all’improvviso, non arriva il controllore.

L’appello è immediato e perentorio («Biglietti!»), lo sguardo inquisitore.

Dopo aver effettuato un’ispezione approfondita di ognuna delle tasche – esterne e interne, multiple e celate, zippate e non – della mia borsa, mostro sollevata il biglietto, mentre il signore borbotta a fior di labbra tastandosi il cappotto.

«Quindi? Ce l’ha o no, questo biglietto?», gli fa il controllore, indispettito, le mezze lenti sulla punta del naso.

«Orbene, avrei l’abbonamento, ma credo di averlo perduto» risponde quello, che ha una voce flebile e grumosa. Mentre parla, noto un qualcosa che sbuca fuori dalla rivista raggrinzita che aveva abbandonato sul ripiano.

«Aspetti – gli faccio – non è che è quello lì?»

Il controllore lo estrae e sorride, mentre il signore se la ride giubilante.

Il controllore prende nota dell’abbonamento e nel frattempo non posso fare a meno di sbirciare la foto nel porta-documenti. È la versione ringiovanita del signore che ho davanti, gli occhi sono identici, sebbene la foto in bianco e nero ne imbianchisca l’azzurro fino a farli quasi svanire.

Saluto il controllore con un cenno della testa e quando mi giro il signore mi sta fissando.

«Grazie, signorina. È stata molto gentile»

Ma si figuri, rispondo, lanciando un’occhiata alla pila di fogli di cui dovrei occuparmi, ma so già che sarà soltanto l’inizio di una lunga chiacchierata.

«Senta. Non è che mi sa dire qualcosa di più ragguardevole sulla questione della sonda che è stata mandata su quell’asteroide…».

«Sulla cometa».

«Ah ecco, sì, sulla cometa. È stato ieri notte, no?».

E in brevissimo tempo mi ritrovo a dimenticare i fogli poggiati sul tavolino, mentre ascolto le teorie che quell’elegante signore ha appreso sulla potenza delle maree e dei flussi lunari.

«Sa, signorina, sono convinto che i rami dell’albero di fronte la mia casa si siano piegati a est perché…».

La voce dall’altoparlante annuncia in quel momento la mia fermata e io scatto in piedi, raccogliendo tutta la roba e impilandola a forza dentro la borsa.

«Ma che fa, va via?».

La delusione abbassava le palpebre dei suoi occhi, ingrigendoli. Anche a me dispiaceva troncare così la conversazione, ma sentivo i freni strigliare sulle rotaie. Ci siamo stretti velocemente la mano, mentre mi chiedevo perché quei rami si fosse piegati a est.

Testo di Ivana Finocchiaro