Un altro mondo, e un’altra cooperazione

Un altro mondo, e un'altra cooperazione

Tamat festeggia i suoi primi vent'anni, tra bilanci e nuovi progetti

Un altro mondo. Vent’anni fa, quando Tamat ha cominciato a muovere i suoi primi passi, eravamo ancora immersi in un altro secolo, un altro millennio, un’altra epoca. “Un altro mondo”: Piero Sunzini dice proprio così, e dargli torto è impossibile. Sunzini è uno dei fondatori di Tamat, e in questo lasso di tempo ha visto cambiare sotto i propri occhi non solo gli equilibri che governano il pianeta ma anche l’idea stessa di cooperazione internazionale.

Il dato più rilevante, probabilmente, è quello che riguarda i flussi migratori. È chiaro che la chiave di volta del presente e del futuro è questa, è chiaro che chi si occupa di cooperazione internazionale, a tutti i livelli, oggi come oggi non può che ritrovarsi ad affrontare, pressoché quotidianamente, un fenomeno del genere. Sunzini però dosa bene le parole. “I media la chiamano emergenza, ma secondo me è un’opportunità”. L’esperienza dei progetti portati avanti in Albania, in Perù, in Bolivia, in Mali, in Burkina Faso, è in grado di fornire all’ong elementi di valutazione preziosi. Molti migranti arrivati nel nostro Paese, in effetti, sono partiti da lì, o da posti del genere. E allora, dice Sunzini, l’opportunità di sviluppo c’è eccome. “Considerando soprattutto che adesso esistono attori nuovi, e cioè le realtà che fanno riferimento alle comunità di immigrati radicatesi in Italia”.

Le associazioni e i soggetti più strutturati, spiega il direttore di Tamat, sono ormai perfettamente in grado di recitare il ruolo di trait d’union tra la loro terra d’adozione e quella d’origine. Però vanno supportati. “Possono creare impresa e lavoro, ma non possono farlo da soli, o si sentirebbero migranti due volte”. La ricaduta, poi, potrebbe essere positiva anche sul tessuto economico locale. Anche su quello umbro, per rimanere a Tamat. Senza dubbio le istituzioni statali e sovranazionali si stanno progressivamente disimpegnando dalla cooperazione. I fondi stanziati dai Paesi Osce sono sempre meno, e l’Italia, come non di rado, è agli ultimi posti nella classifica degli investimenti in materia. “Appena sopra gli Stati Uniti”. Questo apre spazi d’azione che qualcuno sta già occupando. “La Cina, soprattutto, che può permettersi di impegnare 50 miliardi di dollari per l’Africa a fronte dei 2 miliardi scarsi di euro appena garantiti dall’Europa”. E poi i signori della fantomatica zona grigia. “L’Africa sahariana una volta era oggetto di clamorosi investimenti della Libia: che fondava banche d’affari, creava attività commerciali e infrastrutture. Oggi, dopo la caduta di Gheddafi, quegli interessi chi li gestisce?”.

Di sicuro c’è che Tamat ha cominciato a guardare con maggiore attenzione anche in casa nostra. “Un Paese con un’occupazione giovanile vicina al 50%, come l’Italia, somiglia sempre di più al Burkina Faso”, dice Sunzini. L’emergenza sociale, insomma, adesso è qui quanto altrove. Per questo l’associazione, da un po’, si è impegnata in nuovi progetti di prossimità, come i gruppi di acquisto solidale. Venerdì Tamat festeggerà il suo ventesimo compleanno, e tra un po’ di musica e qualche ricordo messo in rassegna troverà il modo di presentare il suo progetto Social Starts Up. Gas come imprese sociali, insieme a soggetti internazionali come l’Università di Plymouth, il Comune croato di Verteneglio e l’ong francese Amsed, italiani come il Parco tecnologico 3A e locali come l’associazione Fiorivano le Viole. L’appuntamento è da Umbrò, dalle 17 in poi. Auguri.

Testo di Giovanni Dozzini

 

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