IL BUS DELLE 6.03 DEL MATTINO

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IL BUS DELLE 6.03 DEL MATTINO

Agosto/Settembre 2014

Eravamo in tre: io, un ragazzo cinese con delle enormi cuffie blu e una ragazzina in shorts ascellari, gli occhi pesti e le gambe ciondolanti. Stavamo aspettando il bus delle 6.03 del mattino alla fermata di Monteluce, le rondini impazzite che disegnavano traiettorie d’ombra sul cielo dell’aurora.
Finalmente, il barrito del mezzo che si ferma di fronte alla pensilina, e io e i miei compagni di fermata saliamo sull’autobus già mezzo pieno.

A ogni frenata i passeggeri semiaddormentati oscillano sincronicamente, obbedendo alle leggi fisiche e del sonno. Una tizia di circa settant’anni, i capelli rossi circondati da una nube di lacca al profumo di mora, chiede al conducente quando si arriva alla stazione con cadenza regolare, direi all’incirca ogni trenta secondi (“Stiamo arrivando?”), ottenendo come risposta un muggito di diversa intensità che io non riesco proprio a comprendere (e, a ‘sto punto, forse nemmeno lei).

A una delle fermate intermedie del percorso che conduce alla stazione – approdo ambito da quasi tutti i presenti – fa il proprio ingresso dalla porta anteriore un signore anziano dall’aspetto fragile, espressione atona e indecifrabile nel codice segreto delle rughe intrecciate, bastone alla mano. Molti passeggeri, io compresa, lo fissano impassibili, i frames di un sogno ancora incagliati nella veglia precoce.
Poi, improvvisamente il ragazzo cinese con le cuffie blu (forse per qualche input musicale?) si alza in piedi per lasciare libero il proprio sedile, che indica al signore con qualche timida sillaba italiana (“libero”, “sedere?”) profondendosi in mezzi inchini della testa.

Questo gesto innesca una reazione a catena: tutti i passeggeri seduti nei posti più vicini iniziano a muoversi ritmicamente, alzandosi e risedendosi in modo arbitrario, mentre alcuni tentano una “lap-dance della generosità”, girando attorno ai pali del mezzo e guardandosi in cagnesco nel caso qualcuno non faccia lo stesso.
L’oggetto di tali attenzioni, invece, resta immobile: un braccio innestato sulla curva del bastone e l’altro aggrappato alla porta dell’autista, nella sua faccia incartapecorita soltanto gli occhi si muovono per osservare il caos che si è scatenato all’interno dell’automezzo in una manciata di secondi. Ormai è diventata una competizione: perfino la signora con la chioma vaporosa ha smesso di porre la propria domanda ossessiva al conducente e pare voglia alzarsi in piedi, il cinese rinforza la pronuncia delle sillabe (“li-be-ro!”) assumendo un’espressione corrucciata, io non riesco a scollarmi dalla mia postazione (è troppo divertente osservare, e poi mi trovo a metà del mezzo)… Finché non c’è l’ennesima fermata, l’autobus frena uggiolando e oscilla con dentro tutto il suo contenuto, e il signore approfitta del mancato equilibrio dei passeggeri per compiere un esemplare salto all’indietro con rotazione del bacino sul sedile più vicino.
Mi guardo intorno: siamo già alla stazione, prendo il bagaglio e scendo.

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