LA STRADA DI TUTTI

Foto di Social Maiocchi
Foto di Social Maiocchi

La Strada di Tutti

Le Social Street di stanno affermando in tutta Italia. L'esempio di via Maiocchi, a Milano, e quelle somiglianze con Perugia
Immagina di camminare per un paesino dell’entroterra italiano dove gli abitanti non sono più di un centinaio. Immagina di fare lo sforzo di salutare la prima persona che incontri per strada, anche se non la conosci. È molto probabile che dopo il tuo cenno della testa la persona che in quel momento si ritrova a percorrere la strada insieme a te ti restituisca il saluto. Dopo, dipende da che tipo è, quella persona potrà rimanere lì ferma, sforzandosi di capire per quale motivo può conoscerti… ah, sì, mi ricordo, è quell’amico del figlio della Pannacci. Sarà venuto per le vacanze!!

Adesso immagina Milano, otto della sera, bar Stoppani, locale che ormai da un paio di anni è testimone del gran fermento di via Maiocchi, una delle tante Social Street presenti in tutta Italia. In questo momento c’è l’aperitivo sociale, e tutti sono invitati. Il bar è pieno, e il semplice fatto di sedersi accanto a qualcuno, che lo si conosca oppure no, è un pretesto per poter fare due chiacchiere.

Parliamo con Riccardo, a Milano da più di tre anni. «In questa città, costruirsi una rete sociale è molto difficile. Due anni fa ho trovato un foglio attaccato al portone del palazzo dove vivevo, diceva di iscriversi alla pagina Facebook della via. All’inizio non ho aderito subito, ero un po’ titubante, ma dopo aver sentito una trasmissione su Radio 2 che parlava di questo fenomeno esploso in tutta Italia ho deciso di farmi avanti, e ho partecipato alla prima festa organizzata dai ragazzi.
Il messaggio era molto semplice: “vieni a conoscere i tuoi vicini e porta qualcosa con te”. Nessuno è arrivato a mani vuote. Il locale, una vecchia pasticceria, lo aveva messo a disposizione gratuitamente un’abitante della zona. Si sono presentate tante persone».

La Social Maiocchi è cresciuta come un processo senza strutture, senza regole prestabilite, eccetto quelle del senso comune e del rispetto.

«Perché non abbiamo il controllo delle relazioni né di quello che succede», continua Riccardo, «nessuno dice a qualcun altro cosa fare. Tutti possono proporre e chi vuole si può inserire nella proposta. L’importante è che se una persona ha un’idea, quella persona ha la responsabilità di portarla avanti». Rachele, seduta accanto a Riccardo, ci dice: «La Social Street è un processo molto spontaneo che ci ha permesso ritornare a quelle modalità positive perse ormai nelle città contemporanee e che caratterizzavano la vita dei paesi.

Magari ci ha permesso di portare anche più sicurezza perché adesso conosco le persone con cui abito e con cui condivido la strada». «Ci sono tante cose da fare», aggiunge. «Aperitivi sociali, gruppi di lettura, passeggiate artistiche, gruppi di cucito e di letteratura dell’800, un orto urbano a mo’ di Community Garden per recuperare spazi abbandonati, booksharing, gite fuori città, laboratori per bambini, eccetera. C’è anche un gruppo che segue i senzatetto della città fornendogli un po’ di viveri e per fare un po’ di conversazione».

Parlando insieme a loro mi viene in mente tutto quello che accade a Perugia. Perché a Perugia non c’è nessuna Social Street ma le proposte che vengono dalle diverse associazioni del territorio sono molto simili alle iniziative di via Maiocchi. Magari la differenza è che la Social Street non è una associazione, è un metodo per portare la gente a relazionarsi. Ma alla fine che importa? Associazione o no, l’obiettivo comune non è quello di recuperare il valore della socialità? Gli strumenti attraverso cui farlo sono aleatori.

Testo di David Montiel

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