Le FIABE GROTTESCHE della PUPAZZARA

Le Fiabe Grottesche della Pupazzara

Mariella Carbone tra bidimensionalità e tuttotondo
Mariella Carbone si divide fra due città (Perugia e Milano) e due vite: «Nella mia vita reale sono un architetto, in quella fantastica creo le mie ‘pupazze’. Il mio lavoro d’ufficio mi salva dal disordine, m’impedisce di perdermi». I muri della bottega dove lavora, in via Cartolari, sembrano quelli di una facciata seicentesca. Le sue creazioni osservano i presenti ammiccando o inquietando, suscitando un meraviglioso da poetica barocca. La Pupazzara ha iniziato a realizzare le sue creature quando aveva dieci anni, dopo aver assistito a uno spettacolo dell’Opera dei Pupi. Ma è dalla Campania, da dove proviene, che deriva le prime ispirazioni, dai vicoli salernitani popolati da vecchie megere e da personaggi grotteschi.

Le pupazze imbellettate di Mariella, esseri in lattice o terracotta, sono personaggi da Satyricon vestiti con costumi viscontiani. I merletti, le guêpière a rete, le parrucche ispide, i segni cadenti, i pomi accesi delle guance dei suoi “personaggi sfatti” – come li definisce Mariella – le rendono figure della decadenza.   «Quando a diciotto anni sono arrivata a Napoli, mi sono immersa nell’universo delle guarattelle e dei Pulcinella. Allora la città viveva un momento culturale molto fervido, e io abitavo vicino alla strada dei presepai, dove ogni giorno osservavo le opere degli artigiani. Visitavo spesso anche l’Ospedale delle bambole, un luogo di pura evasione, dove immaginavo di assemblare i loro arti, occhi e pezzi sconnessi».

La Pupazzara ha lavorato lungamente col teatro di strada e di figura, con le compagnie dei burattinai. Questo incontro ha generato la necessità di avvicinarsi al mondo della maschera, di eliminare il corpo per concentrarsi unicamente sul volto: «Nella maschera s’inglobano le mille rappresentazioni del sé in una dimensione multipla, che può essere ludica o misteriosa, del nascondimento o della protezione». Le maschere di Mariella sono dei sembianti molli, sciolti: «Dietro le mie creazioni c’è un lavoro sulla deformazione e sulla materia. Non voglio rappresentare la bellezza, io accentuo i tratti e le forme del volto».

Quest’estate la Pupazzara ha partecipato a una collettiva a Palazzo Trinci, Foligno, per il festival Segni Barocchi. Una mostra, questa, che ha successivamente ampliato a Napoli, nello spazio di Castel dell’Ovo, dove le fiabe di Giambattista Basile si sono incarnate nelle sue illustrazioni, marionette e maschere. «Basile è un letterato del Seicento napoletano, il padre di tutte le fiabe. Ha elaborato la ricchissima tradizione orale di una città portuale, le cui storie provenivano dall’oriente, e le ha rimescolate e trascritte in una lingua colta e dialettale. Le fiabe originali sono molto diverse da quelle che oggi conosciamo, molto spesso sono dark. I suoi racconti grotteschi, cruenti, ironici ed erotici mi hanno affascinato per tutta la vita».

A breve Mariella esporrà al ristorante-galleria Da.Co, a Terni, dove le pupazze e le maschere saranno accompagnate dai suoi disegni acquerellati, i bozzetti dei propri lavori: «Sono diventati un mezzo per raccontare le fasi di creazione delle mie opere. I disegni sono parte di un diario visivo che poi traduco in tre dimensioni. Alcune mostrano maschere mai compiute, ma tutte illustrano delle suggestioni personali, le elaborazioni passate della mia immaginazione».

Nel 2011 Mariella è andata in Russia, per realizzare un laboratorio sulla maschera a cui hanno partecipato alcune insegnanti dei licei d’arte locali. È con questa esperienza che lei ha approcciato l’arte-terapia: «In quei venti giorni sono venute fuori delle cose potenti, a livello emozionale. Prima di creare le maschere, avevo chiesto alle partecipanti di scattarsi delle foto, di giocare con le proprie espressioni facciali. Quasi inconsciamente, alcune hanno poi utilizzato il proprio volto come matrice, creando un sosia; altre, in qualche modo, hanno deciso di rinascere con un’indole e un aspetto differenti. Ricordo questa signora timidissima che ho visto trasformarsi e ridere apertamente, mentre ricreava una pupazza tutta sgangherata, con un giubbotto di pelle e dei jeans sbottonati».

Mariella è un’arte-terapeuta in formazione e crede molto nella capacità dell’arte di essere adoperata come (e nella) terapia, per canalizzare l’emozionalità degli altri in modo positivo attraverso l’atto creativo, per capire le ragioni profonde di un disagio e curarlo.

In una sua «terza life», Mariella spera di attuare questa sua aspirazione e di organizzare dei laboratori di arte-terapia. Ancora una volta, l’opera di un artista è proiezione del sogno e dell’incubo, ma anche comprensione e cura del sé e dell’altro.

 

 

Testo di Ivana Finocchiaro

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