Libertà. Istruzioni per l’abuso

Foto di David Montiel
Foto di David Montiel

Libertà. Istruzioni per l'abuso

Luoghi Comuni apre le porte della sua redazione per un forum sugli attentati di Parigi e i limiti della satira. A mente fredda

Il 18 febbraio «Luoghi Comuni» ha organizzato un forum all’ex-Combo di via Cartolari, coinvolgendo una serie di soggetti interessati, in qualche modo colpiti dalla strage di «Charlie Hebdo». A mente fredda e a debita distanza dall’emozione immediata e dal sensazionalismo mediatico, la redazione ha deciso di ragionare insieme a Gilles Dubroca e Daniele Pampanelli su temi collaterali alla libertà di espressione, ma non solo. La discussione mancava di una voce fondamentale, quella di un esponente dei Giovani musulmani d’Italia, ma è riuscita comunque ad articolarsi in modo critico e stimolante. Eccone un estratto.

Ivana: Volevo aprire il dibattito citando una sentenza del 2006 della Corte di Cassazione, che definisce la satira come una manifestazione del pensiero col “compito di castigare ridendo mores”, ma il cui esito finale dev’essere “correttivo verso il bene”. Parliamo di «Charlie Hebdo». Qual è la vostra opinione sulle scelte di questo magazine?

Gilles: «Charlie Hebdo» mi ha accompagnato in tutta la mia crescita, ma non era letto da tanti. Molte delle persone che si sono alzate alle 4 del mattino per comprare il numero uscito dopo la strage sono rimaste scioccate, perché non pensavano di trovarvi vignette di suore martirizzate. «Charlie Hebdo» non attaccava solo i fondamenti dell’Islam, ma la politica di colonizzazione violenta d’Israele, i problemi di pedofilia della Chiesa cattolica… Sono sempre stati molto violenti nelle caricature, ma i loro disegni volevano, con provocazione e derisione, mettere in discussione gli abusi, il “potere” nel senso violento del termine. Per questo, erano stati costretti a nascondersi, visto che la loro sede era anonima già dopo il primo attentato, nel 2006. Io penso che le minacce alla loro sicurezza abbiano reso ancora più vivo il loro spirito satirico, ma che loro fossero fondamentalmente persone umane e pacifiche. Non incitavano alla violenza. Semplicemente, usavano e abusavano (e lo fanno tutt’ora) della libertà di avere un’opinione, di disegnare liberamente.

 

Vipera Lapis

Courtesy di Vipera Lapis

 

Daniele: Dopo una crisi alla fine anni 90, «Charlie Hebdo» aveva cambiato la linea editoriale, scegliendo di prendere di mira il versante religioso. In risposta, c’è stato un raddoppiamento delle copie vendute. Penso che loro abbiano praticato veramente la libertà d’espressione… Io non potrei mai permettermi di dire Je suis Charlie, perché non esercito la libertà di quei disegnatori. Per esempio, io non farei mai una vignetta sulla religione. Sul clero magari, ma non sulla religione, per una sensibilità personale. In una dichiarazione a proposito di «Charlie Hebdo», Hayao Myazaki ha detto che i disegnatori devono assumersi le proprie responsabilità. Non sono d’accordo: un satirico deve essere irresponsabile, deve cercare davvero di scatenare una reazione. L’altra cosa che ha detto Myazaki è che la satira ha un unico dovere, quello di scagliarsi contro chi è più forte, e in questo sono totalmente d’accordo. Io credo che «Charlie» abbia fatto una “scelta di campo”, quella di fare satira contro la religione islamica, per sopravvivere economicamente. E con “scelta di campo” non intendo qualcosa di negativo, anzi, io li ammiro per questo… Tuttavia penso che il magazine fosse un obiettivo militare, non un obiettivo della libertà di pensiero. Bisogna iniziare a pensare alle possibili correlazioni delle due immagini conseguenti all’attentato, quella della sede del giornale devastata e quella della piazza piena di capi di stato. Sono due immagini che messe vicine fanno contrasto, ma che coesistono per qualche motivo.

Giovanni: Secondo me questo è il cuore della discussione. Anch’io ritengo riduttivo parlare della vicenda «Charlie» come di un’aggressione ideologica contro la libertà di pensiero e di espressione. Credo, invece, che si tratti di un attacco sferrato all’Occidente, mirato a un obiettivo di grande risonanza e che, per qualche motivo, era facile da colpire. Gli ultimi anni ci hanno insegnato a dover stare in equilibrio tra due principali concezioni della realtà: quella mainstream, del “siamo-tutti-Charlie”, e l’altra, quella del complottismo a tutti i costi. Il bagaglio ereditato dopo l’attentato alle Torri gemelle ci porta a farci delle domande, di fronte a un evento del genere. In questo caso, la redazione di Charlie era uno degli obiettivi dichiarati dei fondamentalisti islamici, uno dei più sensibili dell’Europa occidentale, considerato il numero di minacce ricevute…

Daniele: Sì, ma in merito a «Charlie» non credo che debbano essere fatte tesi complottiste, per quanto i due fotogrammi che ho citato prima devono essere valutati in qualche modo. Uno dei due attentatori era in carcere, è evaso, fuggito in Siria e ritornato in Francia. Probabilmente l’organizzazione terroristica gli avrà dato un appoggio, ma non possiamo dire che l’attentato al magazine sia particolarmente ragionato. Questi individui sono stati molto naïve, l’unica cosa è che avevano armi d’assalto, reperite nel mercato clandestino. Ritengo che il problema sia questo, che le armi, la droga, il traffico umano abbiano un mercato e trovino una destinazione.

Gilles: Quello che posso riportare è che molta gente, in Francia, si è chiesta come sia stato possibile che gli attentatori abbiano attraversato il centro di Parigi con delle armi della guerra, siano entrati alle 9 di mattina in un palazzo, sbagliando indirizzo, per poi andare in quello giusto e uccidere dodici persone. Durante i due giorni di caccia all’uomo la confusione era generale: nelle dirette video si vedevano i civili camminare in mezzo alle forze speciali armate di fucili e ai cameraman con le macchine da presa. Tutti, in qualche modo, si sentivano testimoni. Questa confusione, come pure il fatto che abbiano trovato e ucciso i colpevoli senza che potessero spiegare la verità dei fatti, ha alimentato ulteriormente le teorie del complotto. Che qualcuno abbia lasciato agire queste persone o meno non potremo saperlo mai, ma non credo sia andata così. Ciò che sappiamo, invece, è che queste persone volevano ripulire l’immagine del Profeta, sporcata dalle vignette del magazine, e che ritenevano che la forza del gesto fosse proporzionale alla loro fede… E comunque, anche se questo attentato non fosse un attacco alla libertà di espressione, si deve approfittare di questo momento drammatico per rifletterci su. Per me è fondamentale che questo diritto sia mantenuto oggi, soprattutto in Francia, un paese molto laico, dove però delle comunità vivono la religione in modo diverso.

Ivana: A proposito di questo e ricollegandoci a ciò che ha detto Daniele sul dovere della satira, qualcuno ha avanzato l’ipotesi che «Charlie Hebdo» non colpisse affatto i potenti, considerata la difficile situazione degli immigrati di seconda e terza generazione, la loro fatica a integrarsi nel tessuto sociale. Cosa ne pensate?

Gilles: Quello che posso dire è che il 69% delle persone intervistate dopo la strage di Parigi non considera i musulmani come un pericolo.

Giovanni: Ma il 30% sì.

Gilles: Probabilmente sì. Le statistiche dicono soltanto che in Francia vivono tra i cinque e i sei milioni di persone di religione islamica, e che di queste il 10% è praticante. Ma non si tratta di una cifra attendibile. Ritengo che ciò che spaventi di più sia piuttosto l’amalgama tra musulmani e jihadisti.

Daniele Pampanelli

Daniele Pampanelli

Daniele: Io penso, invece, che il caso di «Charlie Hebdo» rientri nelle problematiche di una guerra asimmetrica, reale e diffusa in tutto il mondo, dove il gruppo degli integralisti islamici costituisce un franchise che funziona molto bene. Fare una bandiera nera dell’Isis e portarla significa: «Noi violiamo i vostri tabù, e combattiamo contro di voi». Ricordiamoci che quando parliamo d’immigrazione francese, parliamo di ex-colonizzati, e sono anni che la situazione s’infiamma regolarmente, a causa del degrado in cui vive questa gente. Ma la tragedia di «Charlie» non è un problema riconducibile solo alla Francia, secondo me. Sono drammi che capitano ovunque.

Ivana: In un articolo ho letto una definizione che secondo me merita di essere discussa, quella dell’“universalità con modestia”. In un mondo globalizzato, dove ciò che si dice ha un riverbero mondiale, è giusto praticare con pretese universali diritti dell’uomo, come la libertà d’espressione e di pensiero, anche nei confronti di chi non concepisce quei diritti? Non sarebbe corretto adottare una certa “modestia”?

Gilles: Penso che definire il giusto limite della libertà sia una cosa quasi impossibile. In Francia l’ultimo assassinio a essere compiuto per ragioni legate alla libertà di espressione è stato quello di Chevalier de la Barre, che nel 1766 aveva cantato delle canzoni triviali sulla Chiesa. Dopo la rivoluzione, la Costituzione ha sancito il diritto di ogni cittadino di avere idee proprie e poterle enunciare. Ma chi può dire dove sia il limite e l’abuso? Le vignette di «Charlie Hebdo» costituivano un abuso?

Giovanni: È vero anche, però, che l’illuminismo ha portato lo Stato di diritto, che stabilisce dei limiti alla libertà personale. Il diritto ti dice quanto in là puoi spingerti, ma aldilà dei suoi confini è difficile trovare un limite. Il diritto naturale ha a che fare con l’etica, che è per eccellenza una questione individuale, e per storicizzare o rendere oggettivo/storico un confine è necessario del tempo.

Courtesy: Rivista di San Francesco

Daniele: Il fatto è che la libertà è una di quelle sovrastrutture del pensiero soggetta a un’evoluzione dei tempi, dei luoghi e anche dei rapporti di forza. Ci si può censurare evitando di “bestemmiare Maometto”, visto che per l’Islam rappresentarlo costituisce già un atto blasfemo. È chiaro che in società secolarizzate, come quella francese, la libertà sia praticata diversamente, ma la libertà deve comunque essere considerata sempre come vincolante e vincolata. Eppure se «Charlie» non avesse provocato in modo così aggressivo, forse avrebbe perso la sua specificità, perché la libertà di espressione va praticata anche nei suoi estremi. Allo stesso modo, non mi ritengo all’altezza di praticare una libertà assoluta nella stessa forma di «Charlie Hebdo», ma penso che quest’ultimo sia da invidiare.

Gilles: Assolutamente. Bisogna abusare della libertà di cui si è dotati. Si può sbagliare, si può andare oltre, ma almeno così si dimostra di essere liberi.

Ivana: Gilles, cosa chiederesti a un interlocutore di religione musulmana?

Gilles: Parlando con l’imām di Perugia, questi diceva che non era concepibile che il diritto di opinione coincidesse con il parlare male del Profeta e dei musulmani. Io vorrei parlare con loro di questo, capire coloro che si sentono aggrediti e offesi dalle vignette di «Charlie Hebdo», perché dodici persone sono state trucidate solo per aver pensato e detto una cosa diversa. È necessario parlare con loro di questi argomenti, perché la violenza di pochi ricade su tutti loro, che vivono un’emarginazione di cui non hanno colpa.

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